La lettera del soldato Heat
La notte è scesa presto, le sagome dei fantasmi che infestano le trincee sono tornate a farci compagnia mentre imbracciavamo le armi. Una pallida luna illuminava appena i mucchi di terra delle trincee tedesche, simili a tombe, a 200 yarde di distanza. I fuochi erano spenti nelle linee inglesi, e si sentiva solo lo sguazzare di stivali fradici sul terreno fangoso. Gli ordini sussurrati degli ufficiali e dei graduati e il lamento del vento rompevano il silenzio della notte. La vigilia di Natale dei soldati era arrivata, alla fine, ma non era il momento luogo adatto per essere grati di qualcosa.
Lo scrigno dei ricordi ci ha trascinati in un incanto di malinconico silenzio. Da qualche parte, in Inghilterra, c’erano camini accesi in stanze confortevoli. Nel mio sogno sentivo le risate e le mille melodie del ritrovo della cena di Natale. Col mantello appesantito dal fango, le mani spaccate e piegate dal freddo, stavo in piedi contro il bordo della trincea, e attraverso lo spiraglio lanciavo sguardi stanchi alle trincee tedesche. Pensieri furibondi mi affollavano la mente, ma non c’era un ordine, non un filo conduttore. Pensieri di infanzia e casa, di come erano stati tutti gli anni che mi avevano portato a questo punto. Mi sono chiesto come potevo essere finito in una trincea umida, infelice, quando avrei potuto essere in Inghilterra, al caldo e soddisfatto. La domanda, nata spontanea, ha trovato una risposta. Forse che non ci sono un gran numero di case in Inghilterra, e non ci deve essere qualcuno che le curi e le protegga? Ho pensato a una villa devastata a [censura] e sono stato felice di essere in trincea. Quella villa era stata la casa di qualcuno.
Mentre osservavo il campo ancora sognante, i miei occhi hanno colto un bagliore nell’oscurità. A quell’ora della notte una luce nella trincea nemica è una cosa così rara che ho passato la voce. Non avevo ancora finito che lungo tutta la linea tedesca è sbocciata una luce dopo l’altra. Subito dopo, vicino alle nostre buche, così vicino da farmi stringere forte il fucile, ho sentito una voce. Non si poteva confondere quell’accento, con il suo timbro roco. Ho teso le orecchie, rimanendo in ascolto, ed ecco arrivare lungo tutta la nostra linea un saluto mai sentito in questa guerra: “Soldato inglese, soldato inglese, buon Natale! Buon Natale!”

Dopo gli auguri quelle voci profonde sono esplose in un invito: “Venite fuori, soldati inglesi, venite qui da noi!” Per un po’ siamo rimasti diffidenti, senza neanche rispondere. Gli ufficiali, temendo un agguato, hanno ordinato gli uomini di restare in silenzio. Ma ormai su e giù per la linea si udivano i soldati rispondere agli auguri del nemico. Come potevamo resistere dall’augurarci Buon Natale, anche se subito dopo ci saremmo di nuovo saltati alla gola? Così è cominciato un fitto dialogo con i tedeschi, le mani sempre pronte sui fucili. Sangue pace, odio e fratellanza: il più strano paradosso della guerra. La notte si vestiva ad alba – una notte allettata dai canti dei tedeschi, dal cinguettio degli ottavini e da risate e canti di Natale dalle nostre linee. Non è stato sparato un colpo, eccetto giù alla nostra destra, dov’era al lavoro l’artiglieria francese.
L’alba è arrivata a tingere il cielo di grigio e di rosa. Alle prime luci abbiamo visto i nostri amici-nemici vagare senza sosta sul ciglio delle loro trincee. Questo, invero, era il coraggio: non cercare la protezione del rifugio ma offrirci a testa alta l’occasione di far fuoco, pur essendo certi che non avremmo mancato il bersaglio. Abbiamo fatto fuoco? No di certo! Ci siamo alzati in piedi gridando benedizioni a quei tedeschi. Poi, ecco la proposta di uscire dalle trincee per incontrarsi a mezza via. Ancora circospetti, ci tenevamo a distanza. Loro no. Correvano avanti in piccoli gruppi, con le mani alzate sopra la testa, e ci chiedevano di fare lo stesso. Non si poteva resistere per molto a un tale appello – e poi, il coraggio non era forse stato dimostrato da una sola parte fino a quel momento? Saltando sul parapetto, alcuni di noi hanno avanzato per incrociare i tedeschi. Le mani, libere, si sono allacciate in una stretta di amicizia. Il Natale aveva trasformato in amici gli acerrimi nemici.
Non c’era più smania di uccidere, ma solo il desiderio di un pugno di semplici soldati (e nessuno è tanto semplice quanto un soldato) che nel giorno di Natale, a ogni costo, si arrivasse un cessate il fuoco. Ci siamo passati sigarette e scambiati una quantità di piccoli oggetti, abbiamo scritto i nostri nomi e gli indirizzi sulle cartoline di servizio, per poi scambiarle con quelle dei tedeschi. Abbiamo strappato i bottoni delle nostre giubbe e avuto in cambio quelli dell’armata Imperiale tedesca. Ma il regalo più bello è stato il pudding di Natale. Al solo vederlo gli occhi dei tedeschi si sono spalancati in bramosa meraviglia, e dopo il primo morso erano nostri amici per la vita. Se avessimo avuto abbastanza pudding di Natale, ogni tedesco nelle trincee di fronte a noi si sarebbe arreso.
Siamo rimasti a parlare per un po’, anche se aleggiava un’aria di sospettosa tensione che ha quasi rovinato questa tregua di Natale. Non potevamo dimenticare di essere nemici, anche se ci eravamo stretti la mano. Non volevamo avvicinarci troppo alle loro trincee per timore di vedere troppo, e i tedeschi non potevano oltrepassare le barriere di filo spinato che proteggevano le nostre. Dopo aver conversato siamo ritornati alle rispettive trincee per colazione.
Durante tutto il giorno non è stato sparato un colpo, non facevamo altro che parlare e fare confessioni che, forse, erano più vere in quel momento speciale che nei normali momenti della guerra. Non so dire per quanto questa tregua si sia estesa lungo le linee, ma so che quanto scritto è avvenuto tra i [censura] per gli inglesi, e la 158esima Brigata tedesca, composta dai Westfalians.
Mentre finisco questa breve descrizione un po’ alla buona di un così incredibile comportamento umano, stiamo riversando fuoco battente sulle trincee tedesche, e loro con pari vigore ci ricambiano la cortesia. Sopra la nostra testa stridono nell’aria e devastanti colpi dell’artiglieria nemica. Così siamo tornati, ancora una volta, in questo inferno di fuoco.
Nota storica: come scoppia una guerra
Il 28 giugno 1914 a Sarajevo Gavrilo Princip, uno studente nazionalista serbo, uccide l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono dell’Impero austro-ungarico, e la moglie Sofia. A scuola ci insegnano che questo episodio scatena la I guerra mondiale, ma in realtà prima che l’Austria dichiari guerra alla Serbia e che anche le altre potenze dell’epoca entrino in guerra passa oltre un mese in un convulso intrecciarsi di trattative. Nei circoli di potere delle grandi potenze europee, infatti, non tutti vogliono farsi trascinare in guerra dall’Austria. Cristopher Clarke intitola il suo libro su quelle settimane I sonnambuli, un titolo che è anche una diagnosi. Vi racconta, ad esempio, che il governo serbo aveva cercato di far filtrare agli austriaci la notizia che i propri nazionalisti stavano preparando un attentato.
Nei Balcani, epicentro della competizione tra gli austriaci (che nel 1908 si sono annessi la Bosnia), l’Impero Ottomano e la Russia, in misura minore l’Italia, dilagano tensioni etniche e religiose. La Serbia vuole l’unificazione dei serbi sparsi tra Serbia, Bosnia, Croazia e Montenegro, contrastando la dominazione austriaca ma anche opprimendo altre etnie più deboli, come gli albanesi, di religione musulmana. Ma gli interessi sono, come sempre, politici, economici e militari. I Balcani sono la porta dei traffici commerciali a oriente attraverso il Bosforo e lo Stretto dei Dardanelli, che collegano Mediterraneo orientale e Mar Nero. Gli austriaci pianificano la costruzione di linee ferroviarie che attraverseranno la penisola e poi c’è l’industria delle armi. Le potenze europee occidentali promettono protezione agli Stati e alle etnie balcaniche, che in devono acquistare da loro ingenti quantità di armi.

Nick e Willie, così si chiamano tra loro i due cugini, lo zar Nicola II e il Kaiser Guglielmo si scrivono che faranno di tutto per trattenere i propri alleati dallo scatenare una guerra mondiale e Guglielmo chiede a un altro cugino, il re Giorgio V, che la Gran Bretagna non intervenga, ma alla fine il partito della guerra all’interno delle corti e delle cancellerie prevale. L’Austria invia alla Serbia un ultimatum talmente duro da risultare inaccettabile. La Serbia, però, accetta quasi tutte le clausole, tranne, in particolare, quella che le imporrebbe di accettare la collaborazione di funzionari austriaci per reprimere gli estremisti serbi che hanno organizzato l’attentato di Sarajevo, di fatto una rinuncia alla sovranità nazionale. Ma anche su questo punto non chiude del tutto, bensì propone di coinvolgere la Corte Permanente d’Arbitrato dell’Aia. Per il Kaiser “la risposta contiene l’annuncio di una capitolazione fra le più umilianti, che rimuove qualsiasi motivo di guerra”. Ma il comportamento dei sonnambuli spesso non riflette ciò che dicono. L’Austria dichiara guerra il 28 luglio e nel giro di una settimana le altre potenze fanno altrettanto.
La testimonianza di un soldato inglese presente il 24 dicembre 1914
“Janet, sorella cara, sono le due del mattino e la maggior parte degli uomini dorme nelle sue buche, ma io non posso addormentarmi se prima non ti scrivo dei meravigliosi avvenimenti della vigilia di Natale. In verità, ciò che è avvenuto è quasi una fiaba, e se non l’avessi visto coi miei occhi non ci crederei. Prova a immaginare: mentre tu e la famiglia cantavate gli inni davanti al focolare a Londra, io ho fatto lo stesso coi soldati nemici qui nei campi di battaglia di Francia! Le prime battaglie hanno fatto tanti morti, che entrambe le parti si sono trincerate, in attesa dei rincalzi. Sicché per lo più siamo rimasti nelle trincee ad aspettare.
Ma che attesa tremenda! Ci aspettiamo ogni momento che un obice d’artiglieria ci cada addosso, ammazzando e mutilando uomini. E di giorno non osiamo alzare la testa fuori dalla terra, per paura del cecchino. E poi la pioggia: cade quasi ogni giorno. Naturalmente si raccoglie proprio nelle trincee, da cui dobbiamo aggottarla con pentole e padelle.
E con la pioggia è venuto il fango, profondo un piede e più. S’appiccica e sporca tutto, e ci risucchia gli scarponi. Una recluta ha avuto i piedi bloccati nel fango, e poi anche le mani quando ha cercato di liberarsi… Con tutto questo, non potevamo fare a meno di provare curiosità per i soldati tedeschi di fronte noi. Dopo tutto affrontano i stessi nostri pericoli, e anche loro sciaguattano nello stesso fango. E la loro trincea è solo cinquanta metri davanti a noi. Tra noi c’è la terra di nessuno, orlata da entrambe le parti di filo spinato, ma sono così vicini che ne sentiamo le voci. Ovviamente li odiamo quando uccidono i nostri compagni. Ma altre volte scherziamo su di loro e sentiamo di avere qualcosa in comune. E ora risulta che loro hanno gli stessi sentimenti. Ieri mattina, la vigilia, abbiamo avuto la nostra prima gelata. Benché infreddoliti l’abbiamo salutata con gioia, perché almeno ha indurito il fango. Durante la giornata ci sono stati scambi di fucileria.
Ma quando la sera è scesa sulla vigilia, la sparatoria ha smesso interamente. Il nostro primo silenzio totale da mesi! Speravamo che promettesse una festa tranquilla, ma non ci contavamo. Di colpo un camerata mi scuote e mi grida: “Vieni a vedere! Vieni a vedere cosa fanno i tedeschi!” Ho preso il fucile, sono andato alla trincea e, con cautela, ho alzato la testa sopra i sacchetti di sabbia. Non ho mai creduto di poter vedere una cosa più strana e più commovente. Grappoli di piccole luci brillavano lungo tutta la linea tedesca, a destra e a sinistra, a perdita d’occhio. Che cos’è?, ho chiesto al compagno, e John ha risposto: “Alberi di Natale!” Era vero. I tedeschi avevano disposto degli alberi di Natale di fronte alla loro trincea, illuminati con candele e lumini. E poi abbiamo sentito le loro voci che si levavano in una canzone: “Stille nacht, heilige nacht…”. Il canto in Inghilterra non lo conosciamo, ma John lo conosce e l’ha tradotto: “Notte silente, notte santa”.
Non ho mai sentito un canto più bello e più significativo in quella notte chiara e silenziosa. Quando il canto è finito, gli uomini nella nostra trincea hanno applaudito. Sì, soldati inglesi che applaudivano i tedeschi! Poi uno di noi ha cominciato a cantare, e ci siamo tutti uniti a lui: ‘The first nowell the angel did say…” Per la verità non eravamo bravi a cantare come i tedeschi, con le loro belle armonie. Ma hanno risposto con applausi entusiasti, e poi ne hanno attaccato un’altra: “O Tannenbaum, o Tannenbaum…”. A cui noi abbiamo risposto: “O come all ye faithful…”. E questa volta si sono uniti al nostro coro, cantando la stessa canzone, ma in latino: “Adeste fideles…” Inglesi e tedeschi che s’intonano in coro attraverso la terra di nessuno! Non potevo pensare nulla di più stupefacente, ma ciò che è avvenuto dopo lo è stato di più. “Inglesi, uscite fuori!”, li abbiamo sentiti gridare, “Noi non spara, noi non spara!” Nella trincea ci siamo guardati non sapendo che fare. Poi uno ha gridato per scherzo: “Venite fuori voi!”

Con nostro stupore, abbiamo visto due figure levarsi dalla trincea di fronte, scavalcare il filo spinato e avanzare allo scoperto. Uno di loro ha detto: “Manda ufficiale per parlamentare”. Ho visto uno dei nostri con il fucile puntato, e senza dubbio anche altri l’hanno fatto – ma il capitano ha gridato “non sparate!” Poi s’è arrampicato fuori dalla trincea ed è andato incontro ai tedeschi a mezza strada. Li abbiamo sentiti parlare e pochi minuti dopo il capitano è tornato, con un sigaro tedesco in bocca! Nel frattempo gruppi di due o tre uomini uscivano dalle trincee e venivano verso di noi.
Alcuni di noi sono usciti anch’essi e in pochi minuti eravamo nella terra di nessuno, stringendo le mani a uomini che avevamo cercato di ammazzare poche ore prima. Abbiamo acceso un gran falò, e noi tutti attorno, inglesi in kaki e tedeschi in grigio. Devo dire che i tedeschi erano vestiti meglio, con le divise pulite per la festa. Solo un paio di noi parlano il tedesco, ma molti tedeschi sapevano l’inglese. Ad uno di loro ho chiesto come mai. “Molti di noi hanno lavorato in Inghilterra”, ha risposto. “Prima di questo sono stato cameriere all’Hotel Cecil. Forse ho servito alla tua tavola!” “Forse!”, ho risposto ridendo. Mi ha raccontato che aveva la ragazza a Londra e che la guerra ha interrotto il loro progetto di matrimonio. E io gli ho detto: “Non ti preoccupare, prima di Pasqua vi avremo battuti e tu puoi tornare a sposarla”. Si è messo a ridere, poi mi ha chiesto se potevo mandare una cartolina alla ragazza, ed io gliel’ho promesso.
Un altro tedesco è stato portabagagli alla Victoria Station. Mi ha fatto vedere le foto della sua famiglia che sta a Monaco. Anche quelli che non riuscivano a parlare si scambiavano doni, i loro sigari con le nostre sigarette, noi il tè e loro il caffè, noi la carne in scatola e loro le salsicce. Ci siamo scambiati mostrine e bottoni, e uno dei nostri se n’è uscito con il tremendo elmetto col chiodo Anch’io ho cambiato un coltello pieghevole con un cinturone di cuoio, un bel ricordo che ti mostrerò quando torno a casa. Ci hanno dato per certo che la Francia è alle corde e la Russia quasi disfatta.
Noi gli abbiamo ribattuto che non era vero, e loro. “Va bene, voi credete ai vostri giornali e noi ai nostri”. E’ chiaro che gli raccontano delle balle, ma dopo averli incontrati anch’io mi chiedo fino a che punto i nostri giornali dicano la verità. Questi non sono i “barbari selvaggi” di cui abbiamo tanto letto. Sono uomini con case e famiglie, paure e speranze e, sì, amor di patria. Insomma sono uomini come noi. Come hanno potuto indurci a credere altrimenti? Siccome si faceva tardi abbiamo cantato insieme qualche altra canzone attorno al falò, e abbiamo finito per intonare insieme – non ti dico una bugia – ‘Auld Lang Syne’. Poi ci siamo separati con la promessa di rincontraci l’indomani, e magari organizzare una partita di calcio.
E insomma, sorella mia, c’è mai stata una vigilia di Natale come questa nella storia? Per i combattimenti qui, naturalmente, significa poco purtroppo. Questi soldati sono simpatici, ma eseguono gli ordini e noi facciamo lo stesso. A parte che siamo qui per fermare il loro esercito e rimandarlo a casa, e non verremo meno a questo compito. Eppure non si può fare a meno di immaginare cosa accadrebbe se lo spirito che si è rivelato qui fosse colto dalle nazioni del mondo. Ovviamente, conflitti sorgeranno sempre. Ma che succederebbe se i nostri governanti si scambiassero auguri invece di ultimatum? Canzoni invece di insulti? Doni al posto di rappresaglie? Non finirebbero tutte le guerre? Il tuo caro fratello Tom.”
Nota storica: nazionalismo o internazionalismo? Il voltafaccia della socialdemocrazia europea
Al fronte vanno prevalentemente contadini e impiegati. Nei resoconti sulla Tregua alcuni dei mestieri citati sono cameriere, portabagagli, fonditore, barbiere. Gli operai perlopiù restano a casa perché devono produrre ciò che serve alla guerra: armi, binari e treni per spostare le truppe, divise, generi alimentari. I ruoli di comando, dai sottufficiali agli ufficiali di stato maggiore – vengono occupati da membri della piccola e dell’alta borghesia e della nobiltà. Eppure i partiti socialisti europei che rappresentano i lavoratori e i loro sindacati appoggiano la guerra. Il 4 agosto Karl Liebknecht è l’unico socialista che vota contro la guerra al Reichstag. In Italia Mussolini, fino ad allora esponente dell’ala più intransigente dei socialisti italiani, rompe col Partito Socialista e diventa uno dei più accaniti interventisti. Gli unici socialisti che votano compatti contro la guerra, paradossalmente, sono Lapčević e Kaclerović, deputati nel Parlamento del paese aggredito, la Serbia.
Nelle trincee italiane soldati che parlano prevalentemente solo il proprio dialetto e a stento capiscono gli ordini impartiti in italiano dagli ufficiali e ancor meno i dialetti dei propri commilitoni riflettono uno dei tanti paradossi del concetto di nazione: il Risorgimento per liberare gli italiani dagli austriaci che occupano il nord, dalla Chiesa al centro e dai borboni al sud ha creato la nazione italiana – una d’arme di lingua d’altar / di memoria di sangue e di cor scrive Manzoni in Marzo 1821 – ma nel 1860, quando finalmente arriva l’unificazione, uno dei suoi protagonisti, Massimo d’Azeglio, è costretto a riconoscere che “ora dobbiamo fare gli italiani”, cioè che coloro in nome dei quali era stata fatta l’Italia non esistevano e che la nazione italiana in realtà è un’invenzione della borghesia repubblicana del nord, realizzata col sostegno interessato dei Savoia, una famiglia della nobiltà francese, che solo nel ‘500 aveva trasferito la sua corte da Chambery a Torino.

Alla vigilia del Natale del 1914 la guerra è iniziata da poco. I tedeschi, come prevede il piano Schliessen, sono entrati in Belgio e nel nord della Francia per chiudere rapidamente la partita sul fronte occidentale e scagliarsi contro la Russia, il nemico più temuto. Ma gli anglo-francesi li hanno bloccati nella battaglia della Marna e ad Ypres, in Belgio, uno dei teatri della Tregua. La guerra di movimento diventa di trincea. I soldati vivono in lunghi cunicoli scavati nella terra protetti da barriere di filo spinato. Tra una trincea e l’altra c’è la “terra di nessuno”. Quando piove le trincee diventano pozze di fango. Le uniformi si impregnano d’acqua e quando gela diventano pezzi di ghiaccio, tanto più se, come accerterà una commissione d’inchiesta sulle forniture militari italiane, le aziende che si aggiudicano gli appalti per la fornitura di divise utilizzano tessuti scadenti per guadagnare di più. Quando poi arriva l’ordine i soldati devono issarsi sui parapetti e andare all’assalto sotto il fuoco nemico, sapendo che l’alternativa alle pallottole nemiche sono le pallottole del plotone di esecuzione che li giustizierà se disobbediscono. Come nel film ‘Orizzonti di gloria’ o nel racconto di Federico de Roberto, ‘La paura’, in cui il tenente Alfani ordina ai suoi soldati di strisciare verso una piazzola da cui è possibile sorvegliare le mosse del nemico. E dopo che i primi sei sono stati uccisi dai cecchini ungheresi e il settimo, il soldato Morani, si rifiuta di obbedire, sbotta: «Ma come?… Preferisci sei pallottole nella schiena ad una che può anche lasciarti vivo?»

Perciò, anche se la convivenza a poche centinaia di metri di distanza aveva favorito episodi di collaborazione e brevi cessate il fuoco tra le unità degli eserciti contrapposti, resta comunque straordinario che migliaia di soldati abbiano spontaneamente deciso di infrangere la disciplina di guerra come avete sentito nelle due letture precedenti, né c’è da stupirsi che la reazione dei comandi sia dura: punizioni agli ufficiali, interi reparti trasferiti e nelle vigilie di Natale successive lunghi bombardamenti sulle linee nemiche per impedire il ripetersi di episodi simili. Ecco, ad esempio, cosa avvenne sul fronte italiano qualche anno dopo.
La notte dal 24 al 25 dicembre scorso, fra i soldati italiani ed austriaci apostati nelle trincee fronteggiantesi sul Monte Zebio ebbe luogo, qua e la, qualche scambio di auguri e di saluti. A un certo punto gli austriaci esposero un cartellone con su scritto a grandi caratteri Buon Natale in lingua tedesca. Il caporale M.E. rispose, gridando nella stessa lingua, un ringraziamento ed un contraccambio. Una voce allora domandò dove fosse andato a finire un austriaco che era stato fatto prigioniero lo stesso giorno; il M. rispose che non lo sapeva. La notizia di tali scambi di cortesia fra i combattenti giunse al comando del Battaglione, il quale, essendovi state proprio nei giorni precedenti precise istruzioni del Comando del Corpo d’armata, per evitare rigorosamente si fatte deplorevoli manifestazioni, provvide alla denuncia del M.M.E., della provincia di Arezzo, anni 23, fonditore, incensurato, Caporale del 129° fanteria; condannato a un anno di reclusione militare per rifiuto d’obbedienza e conversazione col nemico.
Tribunale militare di guerra del XX corpo d’armata, Enego, 14 febbraio 1917
Dunque non c’è da stupirsi che della Tregua si sia cercato da subito di cancellare ogni traccia, allora tentando invano di impedire ai giornali di pubblicare i resoconti che abbiamo ascoltato, in seguito cancellando la memoria dell’evento. Finché due storici inglesi alla fine degli anni ‘90 trovano due testimonianze negli archivi di un quotidiano, cominciano a raccoglierne altre a centinaia e creano il Progetto Plum Pudding, dal nome del dolce natalizio che i soldati inglesi offrono ai tedeschi. Nel 2003 esce un videoclip della band italiana Le Vibrazioni, ‘Sono più sereno’, ispirato alla Tregua. Nel 2005 un regista francese gli dedica un film, Joyeux Noël (visibile su Amazon Prime). Nel 2008 al confine tra Francia e Belgio viene inaugurato un monumento. Nel 2014, in occasione del centenario, la catena di supermercati inglese Sainsbury’s fa persino uno spot pubblicitario ispirato alla Tregua con lo slogan “Natale è condivisione”. Da allora su quell’episodio di rifiuto della follia della guerra e del militarismo sembra essere di nuovo calato il silenzio, nonostante di quei ricordi oggi ci sia più bisogno che mai. Ed è proprio per questo che abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa.
VIDEO 1: Daniela Giordano legge la lettera del soldato Heat
VIDEO 2: Marco Veruggio: come scoppia la guerra
VIDEO 3: Brancoro cantano “O Gorizia tu sei maledetta”
Video di Benedetta Rescigno. Le iniziative sono state organizzate in collaborazione col Centro di Documentazione P. Martignetti, Roma e la rivista “Il cantiere” (Alternativa Libertaria).
