Il Guardian rivela una serie di incontri riservati tra NATO, sceneggiatori, registi e produttori per arruolarli e plasmare l’opinione pubblica americana ed europea. Da noi RAI Cinema annuncia un film sulle gesta dei servizi italiani a Gaza e si prepara la Netflix crosettiana dei militari.
REDAZIONE, 10 giugno 2026
3 maggio 2026. Da oltre Manica arriva una notizia a cui pochi hanno fatto caso. “Il Guardian rivela che la NATO sta organizzando incontri a porte chiuse con sceneggiatori, registi e produttori cinematografici e televisivi in tutta Europa e negli Stati Uniti, suscitando accuse secondo cui l’alleanza starebbe cercando di utilizzare le arti per generare ‘propaganda’ a favore dell’Alleanza.
Questa ha tenuto tre incontri con professionisti del cinema e della televisione a Los Angeles, Bruxelles e Parigi e dovrebbe proseguire la sua ‘serie di conversazioni informali’ il mese prossimo a Londra, incontrando gli sceneggiatori membri della Writers’ Guild of Great Britain (WGGB), che rappresenta gli scrittori professionisti nel Regno Unito.
L’incontro previsto a Londra ha suscitato costernazione tra alcuni degli invitati, che hanno avuto l’impressione di essere stati chiamati a ‘contribuire alla propaganda pro NATO’”.
Insomma quello che negli USA è un fenomeno ormai consolidato – Tanner Mirrlees, dell’Università dell’Ontario, autore di “The Militarization of Movies and Television” (2025), lo chiama DOD-Hollywood complex (DoD sta per Dipartimento della Difesa) – in Europa ancora provoca sdegno.
In Italia al momento non risulta che ci siano stati incontri analoghi, anche se, commenta una delle fonti a cui ci siamo rivolti, “non ce n’è bisogno, perché già le cose funzionano così”. Lo conferma un lungo articolo pubblicato nei giorni scorsi su VD News, di cui consigliamo la lettura, e intitolato “Il film italiano che fa propaganda su Gaza”. “Linea di difesa” è il titolo del film, prodotto da RAI Cinema, che verrà girato nei mesi estivi, racconterà il “delicato lavoro dell’intelligence italiana, delle forze speciali d’élite e dell’Unità di Crisi della Farnesina, impegnate in un’operazione ad alto rischio per evacuare da un ospedale di Gaza un gruppo di bambini palestinesi feriti dai bombardamenti israeliani”. Tra i protagonisti Sara Serraiocco, “nella parte di una brillante analista dell’intelligence proveniente dalla Polizia di Stato”; Stefano Accorsi, veterano delle forze speciali, passato all’AISE come agente sotto copertura; Vinicio Marchioni, nel ruolo di Twist, al comando del Nono reggimento dell’esercito, gli incursori del reparto d’élite.
Una storia, che, a giudicare dal materiale diffuso alla presentazione del progetto, celebrerà l’operato dei militari italiani – e dunque del governo – lasciando sullo sfondo le responsabilità del governo israeliano nel massacro di Gaza. Ma aldilà dei prevedibili contenuti ciò che colpisce soprattutto nel racconto di VD News è la testimonianza di un giovane attore, 24 anni, presentatosi a un provino in cerca di un ruolo:
“Come spesso accade, gli viene chiesto se abbia domande o dubbi sul progetto. ‘La prima cosa che ho chiesto è stata cosa volessero trasmettere con questo film’. La risposta, racconta, è stata netta: ‘Mi hanno detto che era solo intrattenimento’. A quel punto decide di esplicitare le sue perplessità: ‘Ho risposto che non mi sembrava affatto solo intrattenimento, ma che ci fosse una volontà chiara di raccontare una certa visione del ruolo dell’Italia in questo contesto’.
Da lì la conversazione si irrigidisce. ‘Continuavano a dirmi che non stavano cercando di raccontare nulla di quello che pensavo. Io invece insistevo sul fatto che mi sembrasse evidente una glorificazione’. Nel tentativo di giustificare il progetto, il casting director cita Full Metal Jacket di Stanley Kubrick. ‘Ma è un esempio che non c’entra nulla’, osserva l’attore. ‘Quello è un film che fa una critica durissima, non una celebrazione’.
Fino a che, racconta il protagonista dell’episodio, il rappresentante del casting gli chiede perché si sia presentato a quel provino: “’Ho risposto che ero lì per lavorare, ma anche per capire. Mi avevano fatto delle domande, stavo rispondendo’. La replica è immediata: ‘Se non vuoi farlo, puoi anche andartene’. L’attore prova a tenere la posizione: ‘Ho detto che ero lì per fare il provino, che se volevano potevano interromperlo loro’. A quel punto il casting director apre la porta e lo invita a uscire. ‘Mi ha detto «fuori». Io ho ringraziato e sono andato via’”. E, aggiunge, parlando con alcuni amici che avevano partecipato al provino, emerge che anche per loro “c’era qualcosa che non tornava […] qualcosa che puzzava, anche se molti magari non ci avevano fatto troppo caso all’inizio”. Insomma a dei giovani lavoratori di un settore in cui la precarietà è fisiologica e dove anche chi ha un curriculum di studi d’eccellenza spesso è costretto a fare il cameriere o l’accompagnatore turistico per campare tra una parte e l’altra, RAI Cinema chiede l’adesione ideologica preventiva al film.
Un paio di settimane prima della pubblicazione dell’articolo citato sul Guardian, un avviso del ministero della difesa rivelava che anche il governo italiano è sul punto di lanciare la sua iniziativa di propaganda bellica audiovisiva: una piattaforma OTT, tipo Netflix per intenderci, che oltre che alla pubblicizzazione di gadget e altro materiale commerciabile di origine militare, avrà tra i suoi compiti: la “realizzazione di una Piattaforma fruibile su connected TV, web, desktop e mobile, con contenuti live e on demand; modelli di monetizzazione basati su abbonamenti, pubblicità, sponsorizzazioni e ulteriori servizi digitali coerenti con il Progetto; […] sviluppo editoriale della Piattaforma mediante contenuti originali, post-produzioni, valorizzazione di materiali già esistenti, dirette ed eventi live, nel rispetto dei valori, dell’immagine e delle esigenze istituzionali della Difesa”.
Ma chi mai, a parte qualche fanatico che non ha bisogno di essere convinto, pagherebbe un abbonamento per vedere fiction e documentari di argomento militare che si possono reperire anche sulle piattaforme generaliste, presumibilmente a tassi di qualità più elevati? Poiché Crosetto è tutt’altro che uno sprovveduto dietro questa scelta potrebbero esserci ragioni di natura più politica: il ministro è entrato da tempo in rotta di collisione con la Meloni. Le tensioni sono iniziate già qualche anno fa, quando lui aveva denunciato un atteggiamento poco collaborativo dei servizi segreti gestiti per conto della premier dal fido Mantovano. Qualche mese fa lo scontro sulla defenestrazione di Cingolani, ad di Leonardo, che Crosetto avrebbe voluto confermare, ma reo di aver sostenuto lo sviluppo di un sistema di scudo antimissile europeo in alternativa all’acquisto di quello americano. A fine maggio la sforbiciata della presidenza del consiglio alla spesa militare in nome della priorità degli interventi sul caro energia. Un crescendo di tensioni.
Un mese dopo il bando per la Netflix della difesa Crosetto annunciava il varo di una seconda piattaforma – “Portatori di Interesse: un sistema innovativo pensato per creare un ponte diretto tra il Ministero della Difesa e il mondo dell’impresa, della ricerca e dell’innovazione” – con una nota in cui si spiega che “In prospettiva, infatti, il Ministero potrà diventare una delle principali stazioni appaltanti del Paese”. L’impressione è che Crosetto faccia leva sul peso crescente della difesa in un mondo sempre più lacerato dai conflitti per delimitare una propria sfera d’influenza anche a scapito della Meloni e dei suoi colonnelli. Il ministro, tra l’altro, è persona apprezzata anche nel centrosinistra per il suo stile “istituzionale”, di recente si è intestato alcune azioni “alla Sanchez”, come negare Sigonella agli americani, e in un momento in cui in molti pensano a un pareggione alle elezioni del 2027 e all’ennesimo governo di unità nazionale è lecito ipotizzare che stia pensando al suo futuro. Le vie della militarizzazione sono infinite. Gli interessi che vi si annidano anche.