ISRAELE Tra guerra e lotta di classe

Intervista a Daniel Filc (Standing Together).

FRANCESCO BARBETTA, ottobre 2025

Dani Filc è uno studioso di sinistra israeliano oggi attivo nel movimento Standing Together. I suoi lavori accademici hanno indagato molti aspetti della società israeliana, tra cui l’ascesa della destra israeliana interpretata come espressione di un populismo specificamente ebraico, intrecciato alle profonde fratture sociali e identitarie del paese. Filc smonta l’idea che il voto delle classi popolari per partiti le cui politiche economiche sono ostili ai loro interessi materiali siano frutto di falsa coscienza, spiegando invece queste dinamiche attraverso la logica del populismo come processo di costruzione identitaria. Distinguendo tra populismo inclusivo ed esclusivo, Filc traccia l’evoluzione del Likud da strumento di emancipazione per i mizrahim emarginati sotto Menachem Begin a perno del sistema neoliberale sotto Benjamin Netanyahu, in cui la retorica del “popolo” viene svuotata della sua funzione emancipatrice per legittimare un ordine basato su disuguaglianze, occupazione e precarietà. Questa cornice teorica, che intreccia il pensiero di Ernesto Laclau con l’egemonia gramsciana, fornisce una lente potente per decifrare la storia politica israeliana e le sue attuali contraddizioni. In questa intervista affronteremo soprattutto la situazione del mercato del lavoro israeliano a partire da una riflessione sulle mobilitazioni contro la guerra di questi ultimi due anni.

Dal 2023 abbiamo assistito a forti mobilitazioni in Israele contro il governo Netanyahu, inizialmente contro la riforma della giustizia e, dopo il 7 ottobre, per richiedere un accordo di pace e il ritorno degli ostaggi. Vedi queste mobilitazioni come il punto di partenza per la formazione di una soggettività politica in Israele in grado di sfidare non solo Netanyahu ma l’intero paradigma di occupazione e neoliberismo, lavorando anche per una cooperazione tra lavoratori arabi ed ebrei?

Dalle prime manifestazioni a favore del ritorno degli ostaggi fino alle proteste di massa avvenute poco prima della firma del cessate il fuoco si può osservare un processo di radicalizzazione di settori importanti tra i manifestanti, con settori relativamente ampi che sostengono il rifiuto di arruolarsi come forma per porre fine alla guerra. Questo processo di radicalizzazione dà luogo alla possibilità che, effettivamente, la protesta contro il governo serva da piattaforma per la costituzione di un’entità politica che coniughi l’opposizione all’occupazione e il sostegno a una pace giusta con la costituzione di uno Stato palestinese accanto a Israele, con l’opposizione al neoliberismo. In questo senso il movimento Standing Together, un movimento popolare arabo-ebraico socialista che lotta per la pace israelo-palestinese, può svolgere un ruolo importante da catalizzatore, così come ha avuto un ruolo importante nella radicalizzazione delle proteste contro la guerra.

Histadrut è stato determinante nel bloccare la riforma della giustizia nel 2023 ma non è riuscito a bloccare il paese per spingere il governo a raggiungere un accordo di pace negli ultimi due anni. Il modo in cui il suo tentativo di sciopero generale è stato bloccato a settembre 2024 ha evidenziato le difficoltà nel condurre uno sciopero politico in Israele. Quanto questa situazione dipende dalla neoliberalizzazione delle relazioni industriali, con uno stato che garantisce diritti formali ma li limita quando il conflitto minaccia la stabilità economica o politica, e quanto invece dalle scelte politiche del recente passato di Histadrut?

L’inerzia di Histadrut di fronte alla guerra è il risultato di entrambi i processi da te segnalati. Da un lato la legislazione israeliana vieta gli scioperi considerati “politici”, cioè scioperi non direttamente legati a condizioni di lavoro e salario (di fatto la legge vieta gli scioperi di solidarietà, in cui un settore si ferma per sostenere la lotta di un altro gruppo di lavoratori). Oltre alla legislazione anche la corte del lavoro (l’istituzione giudiziaria che giudica i conflitti di lavoro) è imbevuta di una visione neoliberista, applicando le leggi in maniera ancora più restrittiva. È per questo che, quando in modo timido e tardivo, Histadrut ha indetto uno sciopero generale di poche ore contro la continuazione della guerra, il tribunale del lavoro ha vietato lo sciopero. A ciò si aggiunge la politica di Histadrut, influenzata non solo dalla scelta strategica di non presentare una reale alternativa alle politiche governative per ricevere certi benefici negli accordi lavorativi ma anche dal fatto che molti dei segretari generali dei sindacati più forti sono politicamente vicini al Likud, quando non addirittura membri del partito.

Come si posiziona la classe operaia israeliana riguardo alla continuazione della guerra? La classe operaia israeliana considera la pace una condizione necessaria per affrontare i problemi di un paese dove, secondo i dati dell’Ufficio Centrale di Statistica, a luglio 2025 lo stipendio medio si attestava a 14.109 shekel, con il 66,8% dei lavoratori impiegato in settori dove i salari sono inferiori alla media generale?

È una domanda a cui è difficile rispondere, per vari motivi. Primo, non è facile definire cosa sia la classe operaia in Israele. Il posto del proletariato tradizionale è relativamente ridotto in Israele, a causa della storica mancanza di industrie pesanti e della deindustrializzazione di settori importanti dell’industria leggera (tessile, alimentare). Per questo sarebbe meglio parlare di classi popolari, composte da tutti quei settori che non hanno una relazione privilegiata con il capitale: questi settori popolari includono lavoratori di classe media (insegnanti, assistenti sociali, impiegati pubblici, professioni autonome e altri settori di salariati), proletariato tradizionale e precariato. Le posizioni rispetto alla guerra possono differire tra i vari settori delle classi popolari. Secondo, le classi popolari sono composte da lavoratori ebrei e lavoratori arabi-palestinesi e ci sono differenze in questo senso tra lavoratori ebrei e lavoratori arabi-palestinesi. Terzo, le posizioni possono essere mutevoli e in periodi in cui i processi di pace erano visti come una possibilità concreta (durante il periodo dalla visita di Anwar Sadat in Israele e la firma dell’accordo di pace con l’Egitto o durante il processo degli accordi di Oslo) la percentuale di chi sosteneva il processo di pace aumentava rapidamente e considerevolmente. Detto questo, nei mesi precedenti alla firma del cessate il fuoco circa il 75% degli israeliani sosteneva un accordo che ponesse fine alla guerra e riportasse a casa gli ostaggi. Questa ampia percentuale implica che settori considerevoli all’interno delle classi popolari sostenessero tale opzione.

Dopo il 7 ottobre i lavoratori frontalieri palestinesi sono stati sostituiti da un reclutamento massiccio e non regolamentato di lavoratori migranti, provenienti principalmente dal subcontinente indiano. Qual è la tua valutazione sulle modalità con cui questa decisione è stata presa in Israele? Molti di loro si sono indebitati per migliaia di dollari con intermediari, esponendoli a pericolosi ricatti. Quali iniziative legislative potrebbero essere promosse per regolamentare questo fenomeno e garantire che i visti non siano vincolati a un singolo datore di lavoro, interrompendo una catena di dipendenza simile alla kafala? [in Arabia Saudita un sistema di lavoro semi-schiavistico, che lega un lavoratore a un singolo padrone, solo formalmente abolito] Come si stanno muovendo i sindacati per proteggere questi lavoratori?

La legislazione necessaria per proteggere i lavoratori migranti deve combinare accordi bilaterali tra paesi per eliminare gli intermediari, norme che consentano il libero passaggio dei lavoratori migranti tra datori di lavoro e leggi che garantiscano i diritti sociali ai lavoratori migranti (ad esempio, la loro inclusione nella legge nazionale sull’assicurazione sanitaria, dalla quale oggi sono esclusi), permessi di soggiorno a lungo termine per evitare il fenomeno delle “porte girevoli” nell’assunzione di lavoratori migranti e una ben maggiore applicazione delle normative sul lavoro. Sfortunatamente Histadrut non ha assunto un ruolo attivo né nella sindacalizzazione né nella difesa dei lavoratori migranti.

È stata recentemente approvata una nuova riforma riguardante la sicurezza nei cantieri edili israeliani. Come ridistribuisce la nuova legge le responsabilità in materia di sicurezza tra committenti, appaltatori e dirigenti aziendali, qual è la tua valutazione?

Le modifiche al regolamento sulla sicurezza nel settore edile rappresentano un chiaro successo per questa categoria di lavoratori. Dopo 37 anni, e dopo molte morti evitabili, il nuovo regolamento rende gli imprenditori e gli appaltatori direttamente responsabili della sicurezza (includendo la possibilità di imputazione penale per violazioni del regolamento), richiede che un piano di sicurezza e di valutazione dei rischi sia parte integrante della descrizione di un progetto di costruzione affinché questo possa essere approvato e stabilisce nuovi ruoli, come quello di ispettore alla sicurezza. La grande domanda è il grado di implementazione, e in che misura il ministero del lavoro investirà i mezzi necessari per la regolamentazione e per rendere effettivi i regolamenti. Il secondo problema è che il nuovo regolamento diventa obbligatorio solo 12 mesi dopo la sua promulgazione, un tempo a mio avviso eccessivo. Ma in sintesi il nuovo regolamento implica un importante successo per i lavoratori edili.

Il panorama sindacale israeliano appare sempre più frammentato, con l’ascesa di nuovi attori come Koach LaOvdim e la creazione di sindacati settoriali. Allo stesso tempo questa frammentazione indebolisce il potere contrattuale complessivo. Quale strategia si potrebbe perseguire per conciliare il pluralismo sindacale con un’azione collettiva unitaria di fronte all’offensiva dei datori di lavoro e del governo? Per i lettori italiani chiarisco che uno degli aspetti più peculiari delle relazioni industriali israeliane è il fenomeno della “mercificazione” del sindacalismo, dove i sindacati attirano nuovi iscritti offrendo benefit e servizi, erodendo il potenziale trasformativo dell’organizzazione sindacale.

Il primo e significativo passo sarebbe la democratizzazione di Histadrut. La mancanza di democrazia interna è stata un fattore significativo nell’emergere di organizzazioni come Koach LaOvdim. Secondo, l’istituzione di un tavolo di coordinamento tra le diverse organizzazioni di lavoratori che permetta di coordinare le strategie di lotta, senza che questo implichi rinunciare al pluralismo espresso nella coesistenza di diverse centrali sindacali. Terzo, una legislazione che da un lato faciliti la sindacalizzazione e che dall’altro riduca la sindacalizzazione stessa come una competizione tra fornitori di servizi, dando luogo al fenomeno di commodificazione a cui fai riferimento. Quarto, una legislazione che permetta l’estensione dei traguardi conseguiti da una delle centrali sindacali ai membri delle altre, diminuendo di fatto la competizione.

In Israele un’ampia fascia di lavoratori, in particolare nella gig economy e nei servizi, è di fatto esclusa dalla protezione sindacale. Quali modelli organizzativi innovativi (come il community unionism di Koah LaOvdim) potrebbero essere sviluppati per organizzare questi gruppi e quale ruolo dovrebbero avere i sindacati tradizionali in questo sforzo?

È necessario combinare nuove forme di organizzazione (community unionism, sindacalismo trans-settoriale) con una legislazione che faciliti la sindacalizzazione. Histadrut potrebbe avere un ruolo importantissimo in questo senso. Da un lato utilizzare la sua influenza sul sistema politico per modificare la legislazione (ad esempio per quanto riguarda il riconoscimento dei rapporti di dipendenza dei “lavoratori delle piattaforme”). Dall’altro investire nella sindacalizzazione di detti lavoratori sfruttando la sua forza istituzionale per attrarre tali lavoratori e utilizzando la forza dei sindacati più potenti come leva per ottenere miglioramenti nelle condizioni di lavoro del precariato.

Nel corso degli anni sono state presentate decine di proposte di legge anti-sindacali, spesso sostenute da influenti think tank che lavorano per indebolire il potere sindacale. Oltre alla resistenza alla Knesset, quali iniziative politiche e culturali sono necessarie per contrastare proattivamente questo programma politico e ripristinare un quadro normativo che favorisca, piuttosto che ostacolare, l’organizzazione dei lavoratori?

Al momento non c’è alcun partito politico che abbia come elemento centrale della propria visione e progetto politico i diritti dei lavoratori e l’opposizione al neoliberismo. Dalla fusione tra il Partito Laburista e Meretz per formare il Partito Democratico questa tendenza si è accentuata. Pertanto è imprescindibile la costituzione di un partito lungo queste linee. L’efficacia dei think tank neoliberali sta nel fatto che trovano orecchie pronte ad ascoltarli nei partiti politici e nella burocrazia statale. In Israele esistono think tank alternativi (il Forum Arlozorov della Histadrut, le istituzioni riunite sotto l’ala del Fondo Katzenelson, il centro Adva per la ricerca sulla disuguaglianza). La sfida è riuscire a trovare interlocutori soprattutto nei partiti politici e anche all’interno della burocrazia statale. In Israele non esistono economisti non ortodossi (post-keynesiani, neo-istituzionalisti), di modo che tutta la formazione degli economisti che in futuro si uniranno alla burocrazia statale nei ministeri incaricati di guidare le politiche economiche e industriali è nelle mani di economisti formati nel credo neoliberale. La sfida è generare una corrente di economisti eterodossi che si facciano ascoltare nella società politica, nella società civile e nel mondo accademico. In secondo luogo, i media mainstream in Israele presentano le lotte dei lavoratori come lotte “settoriali” mentre le politiche neoliberali sono presentate come rappresentanti l’ “interesse generale”. È necessario generare una strategia comunicativa che dimostri come gli interessi dei lavoratori rappresentino la difesa del bene comune mentre il neoliberismo serve gli interessi di una classe privilegiata relativamente piccola.

Nonostante sentenze storiche come il caso Pelephone, le strategie dei datori di lavoro si sono evolute, sfruttando ambiguità e applicando una strategia dilatoria sistematica e calcolata per prolungare le trattative sindacali, riuscendo a ritardare la firma di accordi collettivi in media di 14 mesi. Ritieni che sia giunto il momento per una nuova riforma legislativa che imponga positivamente la trattativa in buona fede con termini chiari e sanzioni dissuasive per le tattiche dilatorie?

Sì, senza dubbio. È necessario modificare la legislazione ma anche generare protesta nelle strade e sui social media contro i datori di lavoro che fanno uso di tali tattiche.

L’intervista è tratta dalla nostra newsletter del 4 novembre 2025 ed è apparsa in forma ridotta su Reds – Novembre 2025 mensile di Lavoro e Società in Filcams CGIL.

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