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POLITICA In quest’ultimo anno Carlo Calenda si è distinto come uno tra i massimi sostenitori dell’impegno italiano nella guerra in Ucraina e del riarmo europeo. Se andiamo a spulciare tra gli sponsor del suo partito non è difficile capire perché. ANTIMILITARISMO L’8 maggio gli studenti tedeschi tornano in piazza contro il servizio militare obbligatorio e la guerra, ma stavolta qualcosa si muove anche in Italia.


Il partito di classe di Calenda

Il leader di Azione è un vero leninista. Rifugge l’interclassismo e radica il Partito nella sua classe sociale attraendo miliardari, chi produce armi e chi investe sulle armi, chi subappalta a ditte cinesi modello Prato, condannati per condotta antisindacale ed ex sostenitori di dittature sudamericane.

MARCO VERUGGIO, 27 aprile 2026

Se esiste un “partito di classe” nella politica italiana è certamente Azione di Carlo Calenda, il più leninista tra i politici italiani. A differenza dei grandi contenitori politici, alla perenne ricerca di risultati elettorali in doppia cifra, infatti, l’ex protegé di Luca di Montezemolo non cerca facili consensi in ogni piega della società promettendo qualcosa a chiunque. Piuttosto ambisce a costruire il partito della borghesia liberale nelle giunte confindustriali e nei consigli d’amministrazione, nei quartieri borghesi e nei salotti riservati. Non è interclassista come i suoi colleghi, è pronto a tirare le orecchie pure ai padroni se mettono il proprio utile al di sopra degli interessi di classe (come ha fatto con gli Agnelli su Stellantis), non rincorre bottegai e commercianti, né liscia il pelo al popolo. O almeno ci prova.

Da raccomandato di papà a pasionario di Kiev

La sua, del resto, è una strategia che calza alla perfezione con un curriculum esemplare. Nipote del regista Luigi Comencini, figlio della regista Cristina Comencini, suo padre, Fabio Calenda, è giornalista e scrittore, figlio di un diplomatico di lungo corso, ma soprattutto ex compagno di scuola di Luca di Montezemolo, a cui raccomanda il figlio perché se lo porti in Ferrari, giovine di belle speranze, a fare esperienza. Da lì Calenda segue Luchino prima in Confindustria, poi in Italia Futura, il centro studi con cui nel 2009 l’ex manager FIAT pensa di spiccare il volo in politica (rinuncerà presto), poi ancora aderisce a un altro progetto fallito miseramente: Scelta Civica di Mario Monti. Il salto di qualità lo fa prima con Letta e poi con Renzi, che lo fanno viceministro alle attività produttive, per un paio di mesi ambasciatore italiano a Bruxelles, e infine ministro al posto di un’altra confindustriale, Federica Guidi, costretta alle dimissioni dallo scandalo di Tempa Rossa nel marzo del 2016. In questa veste due anni dopo l’annessione della Crimea da parte di Putin Calenda guida la delegazione italiana al Forum economico di Pietroburgo, dove, ai microfoni di una tv russa, si vanta di aver portato “Un terzo del GDP del Paese”, che le aziende italiane “investono qui sin dai tempi dell’URSS e in qualunque circostanza non hanno mai chiuso bottega, perché credono in questo paese” e, a proposito delle sanzioni, osserva: “Quel che abbiamo fatto e che stiamo facendo è dire: attenzione, il nostro rapporto con la Russia è molto più grande e riguarda tantissime cose, anche per quanto riguarda il Medio Oriente”. Due anni dopo Calenda entra nel PD e, grazie al PD, nel Parlamento Europeo, ma meno di due anni dopo rompe con un partito dai troppi compromessi per fondare Azione e perseguire una politica posta limpidamente al servizio del grande capitale.

Nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, Calenda dimentica l’amicizia “in qualunque circostanza” con la Russia per abbracciare la difesa a oltranza dell’autodeterminazione ucraina e il riarmo europeo. Una vera metamorfosi, da moderato esponente della Roma bene dotato di una qualche autoironia a intransigente pasionario della Resistenza ucraina, il leader di Azione assume toni tribunizi e punta l’aristocratico ditino contro chiunque critichi la politica estera europea chiamandolo sprezzantemente “propagandista di Putin”. “Chi vuole comprare armi? Nessuno. Ma se hai davanti un pericoloso aggressore, puoi far finta che non lo sia oppure puoi dissuaderlo armandoti”, il suo ragionamento, urlato ogni giorno dai suoi ipertrofici account social (tra stucchevoli foto di famiglia e patetici scatti con la canottiera in palestra) ai titubanti del PD, che, dice lui, “pensano di vivere nel mondo dei campanelli”.

Il partito si radica nella classe: 1. difesa, acciaio, energia

Del resto se andiamo a spulciare tra gli “azionisti di maggioranza” di Azione, non è difficile capirne le ragioni materiali. Tra i maggiori sostenitori di un partito dai magri bilanci (nel 2024 2,3 milioni, ben un terzo da donazioni) compare più di un imprenditore della siderurgia, dell’energia e dell’industria pesante. Gianfelice Rocca presidente di Techint (impiantistica, acciaio, 75 mila dipendenti in 45 paesi) e, ai tempi di Calenda ministro, di Assolombarda, tra il 2019 e il 2024 ha versato ad Azione 250 mila euro; Fondazione Arvedi e Giovanni Arvedi, patron dell’omonimo gruppo siderurgico, 210 mila euro; Alberto Bombassei, presidente di Brembo (impianti frenanti anche per i blindati di Iveco Defense Vehicles), ex vicepresidente di Confindustria ed ex deputato montiano, 270 mila euro; Lupo Rattazzi, figlio di Susanna Agnelli ed esponente della dinastia la cui cassaforte di famiglia, Exor, di recente ha incassato 460 milioni di euro alla vendita di Iveco Defense Vehicles a Leonardo per 1,7 miliardi, ha donato 130 mila euro; Romano Minozzi, imprenditore della ceramica con un patrimonio superiore al miliardo e partecipazioni in Snam ed ENI, 50 mila euro; Maire Tecnimont (colosso dell’impiantistica, 7 miliardi di fatturato e 284 milioni di utili nel 2025), che nel 2021 ha sottoscritto un’intesa strategica con Leonardo per la costruzione di impianti industriali green con sistemi di digitalizzazione e cybersecurity all’avanguardia, ha versato 50 mila euro alla nascita di Azione (più 12 mila euro in servizi) e altri 50 mila tramite la controllata Mst Spa nel 2022. Quell’anno, per il debutto elettorale di Azione, dalla siderurgia sono arrivati contributi anche da Antonio Marcegaglia (Marcegaglia Steel, 30 mila euro), SAFAS (10 mila), Giancarlo Dallera (ex presidente Confindustria Brescia, Fonderie Ghisenti, 10 mila), Giuseppe Pasini (Feralpi Group, 10 mila), mentre nei tre anni precedenti 30 mila euro erano arrivati da Antonio Gozzi, ad di Duferco, attuale presidente di Federacciai e special advisor di Confindustria con delega al Piano Mattei e all’autonomia strategica europea.

Finanziamenti ad Azione arrivano anche dal mondo della finanza: 53 mila euro da Davide Serra, storico sostenitore di Renzi e fondatore e CEO di Algebris, che l’anno scorso ha cambiato la sua policy aziendale per poter investire in aziende che producono armi nucleari; 50 mila da Guido Maria Brera, di Kairos Partners SGR, nei cui portafogli l’anno scorso i titoli nel settore difesa e aerospazio, veicolati anche tramite fondi ESG sostenibili o verdi, ammontavano a sei milioni di euro (Fonte: Irpimedia); 25 mila da Ruggero Magnoni, ex Lehman Brothers, membro del cda di IMMSI, holding della famiglia Colannino, che controlla i cantieri Intermarine (cacciamine, pattugliatori, droni marini) e della tedesca KME, che produce rame per munizioni, sistemi navali ed elettronica avanzata.

Tra gli “azionisti di Azione” anche aziende più piccole che operano nel settore della difesa in modo diretto o come fornitori: Finregg, la holding di cui fa parte Vimi Fasteners (meccanica di precisione, fornitore di componenti per gli M-345 Leonardo da addestramento per piloti militari), ha versato 100 mila euro (più 25 mila di Fabio Storchi, fondatore dell’azienda ed ex presidente di Federmeccanica); Effortcube (cibersecurity) 40 mila; Bucci Automations (la cui controllata Bucci Composites produce componenti per aerei, elicotteri e droni per Leonardo, Avio e la tedesca Diehl) 35 mila; Neosia Spa di Ellemme Spa (impiantistica, fornitore Aeronautica militare) 50 mila euro.

Il partito si radica nella classe: 1. moda e sfruttamento

Un altro settore da cui Azione ricava cospicue risorse è la moda: Pierluigi Loro Piana (patrimonio netto stimato in 1,6 miliardi di dollari), leader mondiale del cashmere e produttore del parka da 12mila euro indossato da Putin nel marzo 2022, poco dopo l’invasione dell’Ucraina, mentre arringava i russi dallo stadio di Mosca, da subito ha versato ad Azione generosi contributi per oltre 200 mila euro. Va detto che dopo l’invasione russa dell’Ucraina il brand piemontese ha abbandonato il mercato russo (per la moda il quinto in Europa e il decimo nel mondo) e ha donato cinque milioni di euro di aiuti alla popolazione ucraina. Paolo ed Ermenegildo Zegna di Monte Rubello, anche loro ritiratisi dal mercato russo e donatori di aiuti alla popolazione ucraina, hanno versato 40 mila euro. 100 mila euro sono arrivati da Patrizio Bertelli, marito della stilista Mariuccia Prada, presidente dell’omonimo gruppo e, secondo Forbes, ventesimo uomo più ricco d’Italia. Anche Prada nel 2022 ha sospeso le sue attività in Russia e ha donato all’Alto Commissariato per i Profughi delle Nazioni Unite fondi per l’Ucraina. 53 mila euro, infine, sono arrivati da Luciano Cimmino, anche lui ex montiano, presidente di Pianoforte Holding, che possiede i marchi Carpisa, Yamamai, Jaked.

Oltre all’impegno a favore dell’Ucraina c’è un altro aspetto che unisce tre dei prestigiosi finanziatori di Azione nel campo della moda: Prada, Zegna e Loro Piana sono tutti e tre coinvolti nelle inchieste del giudice milanese Storari per lo sfruttamento del lavoro nelle ditte d’appalto della loro filiera. La Loro Piana è stata in amministrazione controllata da luglio 2025 ad aprile 2026 perché i la Procura di Milano ha scoperto che parte dei suoi capi venivano confezionati in subappalto da imprese cinesi con operai in nero stipati in un capannone coi macchinari privi di protezioni per aumentare i ritmi e dormitori allestiti nel seminterrato (servizio di Piazza Pulita La7). Lo scorso dicembre Storari ha notificato l’ordine di consegnare documenti interni (il passaggio che precede l’amministrazione controllata) ad alcuni dei più blasonati brand della moda italiana, tra cui Prada. Il mese prima, durante un’ispezione a due laboratori cinesi a Scandicci e uno a Prato i carabinieri avevano sequestrato borse Prada e Zegna e accertato pesanti irregolarità: oltre il 10% dei lavoratori in nero, anche lì macchinari senza dispositivi di protezione, condizioni igieniche e ambienti di lavoro insalubri, con materiali chimici pericolosi e infiammabili incustoditi, turni di 12 ore quasi senza pause, vie di fuga ostruite e mense improvvisate negli spazi di lavoro.

Un partito anche internazionalista

Per Calenda difendere gli interessi del grande capitale è una missione che non può certo arrestarsi ai confini dell’Italia. Forse per questo tra i più metodici donatori ad Azione (poche migliaia di euro l’anno ma è il gesto che conta no?) Juan Bautista Cuneo Solari, imprenditore figlio di emigrati genovesi in Cile, nominato da Mattarella cavaliere del lavoro nel 2017, presidente onorario di SACI Falabella, gruppo commerciale di primo piano in America Latina, 500 tra magazzini e centri commerciali e oltre 100 mila dipendenti. Nel 2025 l’azienda è stata condannata dai giudici del lavoro cileni per condotta antisindacale. Secondo i magistrati Falabella negava ai dirigenti sindacali interni il pagamento dei permessi sindacali e a seguito della sentenza dovrà modificare il proprio comportamento e versare ai dirigenti sindacali gli arretrati. Poco prima della condanna il gruppo aveva registrato un aumento delle entrate del 221% rispetto al primo semestre dell’anno precedente. Eppure nei tre anni precedenti avesse licenziato migliaia di lavoratori. 7 mila, denunciano i sindacati, sono stati allontanati perché si sono rifiutati di firmare i contratti multifunzione, cioè il passaggio da mansioni fisse alla job rotation, che consente alla società di ridurre il costo del lavoro. In Perù SUTRASAF, il sindacato dei dipendenti di SAGA Falabella, ha denunciato inadempienze nella fornitura di dispositivi di protezione individuale ai dipendenti durante la pandemia e l’adozione di strategie antisindacali, ad esempio aumentare le retribuzioni dei non iscritti al sindacato. L’azienda che in passato si è avvalsa della collaborazione di un ex ministro di Pinochet e di un agente della DINA, l’anno scorso ha messo in vendita delle tazze con l’effigie del dittatore e la scritta “Aquì toma café mi generale y yo” (Qui prendiamo il caffè io e il mio generale).

Gianfelice Rocca, tra i più generosi finanziatore di Azione, è col fratello Paolo proprietario di Techint, colosso italo-argentino della siderurgia e delle centrali elettriche. Il fondatore Agostino Rocca, ufficiale dell’esercito italiano durante la Prima guerra mondiale, aderì al fascismo nel 1923 e alla nascita dell’IRI fu inserito da Mussolini nel direttivo. Nel ‘43 il Duce gli offrì la carica di ministro della produzione bellica di Salò, ma lui rifiutò per ragioni “tecniche”: anche il fascismo, scrisse, non è stato capace di disciplinare l’industria italiana e procedere alla “razionalizzazione della produzione, dei concentramenti industriali, dell’accentramento di comando, della messa in comune di brevetti e procedimenti e del trasferimento di macchine e tecnici da uno stabilimento all’altro”. Nel 1945 Rocca si trasferisce in Argentina e fonda Techint, che nel corso del tempo cresce fino a diventare un’enorme impresa industriale fondata sulle commesse governative. Negli anni ‘70 la società sostiene il golpe militare e instaura un regime repressivo nelle proprie fabbriche, collaborando al sequestro di operai politicizzati e sindacalizzati e sovvenzionando centri di detenzione clandestini della polizia per prigionieri politici. Nel 2023 i Rocca appoggiano l’ascesa di Milei, che piazza un legale di provenienza Techint nel Segretariato al Lavoro per occuparsi di riforme del lavoro, ma nel 2026 qualcosa si rompe e la famiglia si scontra col governo per via di una commessa affidata a un’impresa indiana invece che a Techint.

Nel tempo Techint ha anche qualche guaio con la giustizia. In Italia dal 1985 al 1992 l’ad è Paolo Scaroni, attuale presidente dell’ENEL, che, risucchiato nel gorgo di Mani Pulite, patteggia una condanna a 16 mesi confessando ai giudici di aver raccolto lui le tangenti pagate da Techint e altri gruppi industriali ai tesorieri dei principali partiti della Prima Repubblica per assicurarsi commesse di Stato, come la costruzione di centrali elettriche per l’azienda elettrica che oggi dirige. Più di recente Techint e i fratelli Rocca sono coinvolti nella Mani Pulite brasiliana, Lava Jeto, l’inchiesta che una decina di anni fa provoca l’impeachment di Dilma Roussef, l’arresto del suo mentore Lula e l’ascesa di Bolsonaro. Per i giudici una società del Gruppo, la San Faustin, ha versato oltre 9 milioni di dollari alla compagnia petrolifera di Stato Petrobras in cambio di commesse. L’accusa porta Techint e i fratelli Rocca a processo anche in Italia, dove il Tribunale di Milano prima li rinvia a giudizio per corruzione, poi li assolve. In Brasile Lava Jeto di fatto viene insabbiata in modo bipartisan col contributo determinante di Bolsonaro, che pure ne era stato il principale beneficiario politico. Techint è coinvolta anche nelle inchieste giornalistiche Panama e Pandora Papers e Bahamas Leaks, da cui emerge una rete di società off-shore nei paradisi fiscali come Techint International Ltd e Techint International Construction Corporation (Tenco).

Autonomia di classe

Per un partito di classe con una chiara vocazione internazionalista l’indipendenza politica è condizione irrinunciabile. Nato politicamente nei brevi ma gloriosi anni dei governi tecnici Calenda, diciamolo, ci ha provato a portare il PD verso una politica rigorosamente classista, ma alla fine ha dovuto arrendersi. Da allora ha adottato una limpida strategia autonomista, rifiutando la subalternità ai ceti politici di centrodestra e di centrosinistra e sottraendosi all’umiliante ricerca di consensi anche tra gente che non si è mai fatta una pista a Saint Moritz in vita sua. Una strategia che man mano che le elezioni si avvicinano potrebbe fare di Calenda una preda ambita sia per il centrodestra che per il Campo largo, (anche se qui il centro è già saldamente occupato da Renzi). Scenari intricati, certo, ma in caso di necessità Calenda sa che potrà far conto sui per nulla disinteressati consigli degli “azionisti di Azione”. Una soluzione classica potrebbe essere la politica dei due forni. Vedi mai, che il partito di classe di Calenda in definitiva sia una DC in 32esimo?


7-8 maggio: studenti contro la guerra

L’8 maggio in Germania il terzo Schulstreik contro la leva obbligatoria. Il giorno prima in Italia sciopero USB e OSA: lavoratori della scuola e studenti contro la militarizzazione della scuola. Nelle Marche per il 25 aprile studenti autorganizzati hanno distribuito cartoline rosa da stracciare in piazza.

REDAZIONE 27 aprile 2026

L’8 maggio per la terza volta gli studenti tedeschi sciopereranno contro la reintroduzione, sotto mentite spoglie, del servizio militare obbligatorio da parte del governo del cancelliere Merz. Hanno scelto una data simbolica. Hannes Kramer, portavoce di Schulstreik gegen Wehrpflicht, spiega “Perché scioperare? Boris Pistorius, con la presentazione della strategia militare del governo, ha chiarito quale sia il nocciolo del problema. Si sta preparando una guerra in cui oltre 460 mila giovani dovranno rischiare la vita in trincea. Che cosa voglia dire ce l’ha mostrato la Seconda guerra mondiale, terminata l’8 maggio di 81 anni fa: miseria, sofferenza e milioni di morti, mentre aziende come la Krupp incassavano profitti record grazie alle commesse di armi.”

Gli oltre 200 delegati riunitisi il 18 e 19 aprile a Gottinga per la seconda conferenza nazionale di Schulstreik gegen Wehrpflicht hanno discusso come affrontare la repressione – qualche giorno fa durante una manifestazione pacifista uno studente col cartello ‘Merz vaffanculo’ è stato arrestato – e in che modo proseguire una mobilitazione che dovrà andare avanti “finché il servizio militare obbligatorio resterà in discussione”. Oltre alla campagna “Scuole contro il servizio militare obbligatorio” per chiedere di bloccare l’accesso dei militari e dei cosiddetti Jugendoffiziere (ufficiali della gioventù) nelle aule, gli studenti organizzeranno assistenza legale per gli obiettori di coscienza e attività di educazione alla pace.

Gli studenti parteciperanno anche alle manifestazioni del Primo maggio organizzate dalla confederazione sindacale DGB, che in alcuni Länder appoggia i comitati di sciopero degli studenti, e alle giornate di azione del movimento per la pace il primo settembre e il 3 ottobre e promuoverà una settimana di mobilitazione in occasione della Giornata dei veterani del 15 giugno. Il Nationaler Veteranentag, istituito nel 2015, nell’attuale clima sarà più che mai un’occasione per celebrare il progetto annunciato l’anno scorso dal cancelliere Merz: dotare la Germania delle forze armate convenzionali più forti d’Europa. Per il Ministro della difesa Boris Pistorius, autore della contestata legge sulla reintroduzione della leva, il 15 giugno “Sarà l’occasione per rendere omaggio a coloro che, in definitiva sono pronti a dare il massimo per gli altri e a mettere in gioco la propria vita per il nostro Paese. E anche delle loro famiglie”. “Chi si impegna con tutte le proprie forze per la sicurezza e la libertà del nostro Paese merita ben più di semplici parole di ringraziamento. Il Bundestag ha istituito la Giornata nazionale dei veterani. Vorremmo festeggiare insieme questa ricorrenza. I nostri veterani meritano riconoscimento, rispetto e sostegno” gli fa eco Julia Klöckner, presidentessa del Bundestag e patrona del Nationaler Veteranentag.

Sul fronte antimilitarista anche in Italia qualcosa si muove. Il giorno prima dello sciopero in Germania l’Unione Sindacale di Base – USB e la sua organizzazione studentesca OSA sciopereranno con lo slogan “Noi non ci arruoliamo!” “Sciopereremo contro la militarizzazione della scuola e della società, contro la leva obbligatoria, contro la riforma degli istituti tecnici e professionali che consegna la formazione delle classi popolari direttamente nelle mani delle imprese e contro un rinnovo contrattuale che offre salari vergognosi in una fase in cui l’inflazione è destinata a crescere, trascinata dai costi di guerre che non abbiamo voluto e non vogliamo” dichiarano gli organizzatori. Sarà interessante vedere quale sarà la partecipazione in un periodo in cui tradizionalmente gli studenti italiani pensano più alle ultime interrogazioni e agli esami.

Accanto alle iniziative promosse dalle organizzazioni nazionali sul territorio ne sbocciano alcune di carattere locale e più spontaneo ma meno scontato. Nelle Marche nei giorni precedenti il 25 aprile SAM – Studenti Autorganizzati Marche, un gruppo studentesco di matrice autonoma, ha distribuito cartoline rosa davanti ad alcune scuole di Fano e Porto San Giorgio. Davanti la scritta “Cartolina precetto” e il logo dell’Esercito italiano: “Richiamo alle armi per il servizio di leva militare obbligatoria. Porta questo documento nella caserma di arruolamento”. Sul retro: “Se non hai mai ricevuto questo tipo di cartolina e vuoi continuare a non riceverla, opponiti ai governi che vogliono soldati obbedienti e silenziosi, soli e impauriti. DISERTIAMO LE LORO GUERRE!” Il testo prosegue con l’esortazione a “portare questa cartolina al corteo della Liberazione del 5 aprile” e a stracciarla insieme”. Ci vogliono portare in guerra. Rispondiamo con la lotta!” la conclusione. Nel clima di antifascismo intriso di retorica democraticista e patriottarda che domina il dibattito politico, incluse le celebrazioni di sabato, l’appello di questi studenti – “In questo momento storico non è possibile pensare alle mobilitazioni del 25 aprile che non parlino di resistenza alla guerra e al riarmo” – è una ventata d’aria fresca. In un’intervista a glomeda.org un esponente di SAM annuncia anche l’intenzione di creare una rete studentesca nazionale contro guerra e militarismo.

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