SOCIETÀ La tragedia nel veronese e il sogno diventato incubo della piccola borghesia veneta visti da Francesco Barbetta. LOTTE Dagli USA una lunga cronaca di Steve Edwards sulla reazione popolare alle misure di Trump contro i lavoratori stranieri e le sue embrionali forme di organizzazione.

Se il sogno veneto finisce in tragedia
Spesso i fatti di cronaca, anche nera, contengono in forma condensata una “morale sociale”. Come spiega qui Francesco Barbetta nella tragedia dei fratelli Ramponi e delle loro vittime si riflette la parabola della piccola borghesia veneta travolta dalla globalizzazione e dalla crisi del 2007.
FRANCESCO BARBETTA, 14 ottobre 2025
Gianfranco Bettin sul Manifesto di mercoledì scorso dice giustamente, sfruttando la tragedia della famiglia Ramponi, che in Veneto c’è stata una frattura violenta tra un modello economico storico, di impronta familiare, e le logiche impersonali e spesso spietate del capitalismo finanziario moderno. Il suo capitalismo rurale a base famigliare e le sue piccole imprese solide si scontrano con una realtà fatta di crisi finanziarie e di un sistema creditizio che, da supporto del territorio, è diventato “vampiresco”. L’azienda centenaria dei Ramponi, radicata nella storia e nel luogo, è stata stritolata dall’intersezione tra le sue necessità di liquidità e la complessità dei mutui e delle ipoteche.
La crisi finanziaria globale del 2007-2008 ha agito da detonatore, spingendo le aziende a indebitarsi. In questo contesto il sistema bancario, specialmente dopo lo scandalo di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, non è più visto come un partner ma come un’entità estranea e predatoria. La distruzione della “roba” presente in questa tragedia è la distruzione dell’identità, della storia e del sacrificio di una vita. Mi viene così in mente Giuseppe Berta in La via del Nord. Dal miracolo economico alla stagnazione, dove sostenne che la crisi economica del Veneto fosse uno dei momenti più emblematici della parabola discendente del Nord italiano, di quella parte d’Italia che, dopo essere stata per decenni il motore della crescita nazionale, finisce per rivelare la fragilità delle proprie fondamenta economiche e sociali.
Il Veneto rappresenta un laboratorio della trasformazione industriale italiana, un luogo dove la modernizzazione si è diffusa capillarmente senza mai tradursi in un vero e proprio salto di qualità strutturale e dove il tessuto produttivo, una volta entrato in crisi, mostra una vulnerabilità che tradisce la sua natura artigianale e dispersa. Nelle prime fasi del suo sviluppo il Veneto incarna l’archetipo del “Nordest”, la nuova frontiera dell’industria leggera italiana che, tra gli anni ‘70 e ‘80, sembra offrire un modello alternativo al capitalismo fordista della grande fabbrica piemontese e lombarda. Lì le piccole e medie imprese, spesso nate dal lavoro familiare o dalla continuità con il mestiere artigiano, si moltiplicano nel territorio, dando vita a un sistema produttivo diffuso, a una fitta rete di officine, laboratori e distretti che appaiono come la dimostrazione più limpida del successo italiano. Berta mostra come quel modello, tanto esaltato dagli economisti e dai politici nei decenni della crescita, riveli nel lungo periodo una fragilità intrinseca: la dipendenza da un’economia di scala ridotta, la difficoltà ad affrontare i mercati globali, la mancanza di innovazione strutturale e di capitale organizzativo. Il Veneto è un’economia costruita sulla laboriosità e sulla parsimonia, sull’iniziativa individuale più che sulla pianificazione collettiva e proprio questa caratteristica diventa, nel tempo, il suo limite più grande.
Quando la crisi del 20007-2008 esplode e investe l’intero continente europeo, il sistema veneto si trova esposto come mai prima. Le sue imprese, spesso sottocapitalizzate e dipendenti dal credito bancario, subiscono un contraccolpo violento: i margini si assottigliano, i debiti crescono, la liquidità si prosciuga. La forza che aveva reso quel capitalismo “di territorio” tanto vitale, cioè il legame tra comunità, lavoro e impresa, si rovescia in un vincolo soffocante. Gli imprenditori, abituati a contare solo su sé stessi e sulla banca locale, si trovano soli davanti a una crisi che non comprendono fino in fondo, una crisi che non è ciclica ma sistemica e che mette in discussione il modo stesso in cui si è prodotta ricchezza nel Nordest per decenni.
Berta insiste su questo punto con un tono quasi disilluso, da storico che osserva la perdita di un ethos collettivo: nel Veneto non crolla solo un’economia, ma un intero modello di civiltà produttiva. La crisi economica non si traduce semplicemente in disoccupazione o fallimenti ma in una crisi di senso del lavoro e del ruolo dell’imprenditore. Il Veneto aveva costruito la propria identità su un’idea di autosufficienza morale e produttiva: il lavoro come valore, la piccola impresa come strumento di riscatto, la comunità come garanzia di coesione. Tutto ciò si incrina quando la logica del mercato globale impone una scala diversa di concorrenza e di potere finanziario.
L’imprenditore veneto che per quarant’anni ha creduto di poter bastare a sé stesso, improvvisamente scopre di non avere più strumenti, di non poter competere con chi dispone di capitali internazionali, tecnologie avanzate e reti di distribuzione planetarie. Per Berta la crisi del Veneto è anche morale. Di fronte alla mancanza di credito e di sostegno, molti piccoli imprenditori scelgono strade opache, accettano compromessi con l’illegalità, aprono la porta alle infiltrazioni della criminalità organizzata. Si tratta dell’esito di un logoramento lento, di un progressivo scivolamento che accompagna la perdita di centralità del Nord produttivo. L’immagine di un Veneto solido, virtuoso, immune alle distorsioni del resto del paese, un mito coltivato a lungo anche politicamente, si dissolve nella realtà di un’economia impaurita, indebitata, spesso preda di un isolamento culturale.
Il Veneto ha saputo creare ricchezza ma non sviluppo. Ha prodotto crescita quantitativa, non qualitativa. Laddove la Lombardia ha potuto contare su poli universitari, reti finanziarie e imprese capaci di internazionalizzarsi, il Veneto si è affidato a un capitalismo familiare, tenace ma chiuso, poco incline all’innovazione tecnologica e culturale. Quando la domanda interna si contrae e la competizione si sposta sul piano globale, questo modello implode su sé stesso. L’assenza di grandi centri direzionali, di ricerca e di formazione, lascia il territorio privo di strumenti di reazione. Berta osserva inoltre come la crisi economica del Veneto si rifletta anche nel paesaggio. Le aree che un tempo pullulavano di attività artigiane e manifatturiere si svuotano o si riempiono di capannoni abbandonati. Il paesaggio urbano diffuso che aveva caratterizzato il Nordest, quella “campagna industrializzata” fatta di piccole imprese, case, strade e piazze, diventa una distesa immobile, segnata dalla stagnazione. È la materializzazione visiva del fallimento di un sogno: la promessa che il lavoro potesse bastare da solo a costruire prosperità e coesione sociale.

CHICAGO Resistenza diffusa contro i raid dell’ICE
STEVE EDWARDS, 14 ottobre 2025
Il regime di Trump è una “terapia shock” per gli USA. Lo stesso principio utilizzato da George W. Bush ai tempi dell’Iraq: shock e terrore, senza curarsi di ciò che intanto va distrutto. Il team DOGE di Elon Musk ha coniato lo slogan “muoviti veloce e spacca” ed è esattamente ciò accade.
Il costo umano è terrificante. Madri e padri strappati alle loro famiglie. Bambini a volte letteralmente abbandonati in strada mentre i genitori vengono prelevati da agenti governativi a volto coperto per il “ragionevole sospetto” che non sono nati negli Stati Uniti d’America. Altri ambini tenuti a casa da scuola perché i genitori vivono nella paura. Dirigenti scolastici e sindacati dei docenti costretti a elaborare piani per proteggere i loro studenti dalle retate dell’ICE. E che si sommano alle esercitazioni contro i “tiratori attivi” che le scuole già fanno perché i politici concedono un potere folle all’industria delle armi affinché continui a fare affari (armi che finiscono a migliaia ai cartelli della droga messicani, che alimentano il mercato della droga USA, aumentando la pressione migratoria di chi sfugge a ciò che il nostro imperialismo fa alla sua comunità).
Il giorno del suo secondo insediamento, il 20 gennaio, Trump ha firmato una vertiginosa serie di ordini esecutivi intesi a destabilizzare le istituzioni, indebolire le leggi, consegnare il potere a società opache e potenziare la già draconiana polizia di frontiera con l’obiettivo di espellere un milione di persone l’anno. Uno di questi prevede anche la fine della cittadinanza per nascita, secondo cui chiunque nasca negli USA è automaticamente cittadino. Per riuscirci serve una guerra civile, anche se, come ha sottolineato il saggista Greg Grandin, “quasi tutti i Paesi dell’emisfero occidentale concedono la cittadinanza ai nati nel loro territorio, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori. Fa parte della promessa del Nuovo Mondo che… i figli degli oppressi e dei perseguitati siano cittadini di diritto”.
Lo scopo dell’abolizione della cittadinanza per diritto di nascita è creare una classe di lavoratori permanentemente privi di diritti legali. Ne deriva anche un enorme onere per gli ospedali, le scuole e le autorità locali e la creazione di un documento di identità nazionale per i cittadini, rendendo chiunque ne è sprovvisto di fatto privo di diritti.
Quando i tribunali federali hanno emesso delle ordinanze contro questo ordine esecutivo che viola la Costituzione, la Corte Suprema, senza fornire spiegazioni, ha affermato che i tribunali distrettuali federali non possono più emettere ordinanze contro gli atti presidenziali. Togliere ai tribunali di grado inferiore la possibilità di agire contro gli abusi del governo centrale aumenta notevolmente il potere di Trump di agire a suo piacimento e consente alla Corte di non prendere posizione sulla questione in esame.
Le modifiche di Trump all’applicazione delle leggi sull’immigrazione sono troppo numerose per elencarle, ma tutte puntano a facilitare le espulsioni, per quanto possibile senza passare dai tribunali. Inoltre rendono illegali un milione di residenti. È parte del piano elaborato nel dettaglio da avvocati ed economisti razzisti e nativisti, autori del Progetto 2025 della Heritage Foundation, entrati alla Casa Bianca e pronti a realizzarlo dal primo giorno.
Gli attacchi ai migranti
Perché sta succedendo questo e perché così tante autorevoli istituzioni borghesi, dalla Corte Suprema ai grandi gruppi editoriali, hanno ceduto?
L’imperialismo USA attraversa una crisi di redditività a lungo termine. Trump promette ai suoi supporter miliardari di tornare alla redditività perduta nel modo più radicale, distruggendo le conquiste dei lavoratori degli ultimi 130 anni. Se riuscisse, ciò in teoria riporterebbe la società americana all’età dell’oro del tardo ‘800, quando i sindacati erano fuorilegge, parlare di diritti democratici non aveva senso e il magnate delle ferrovie Jay Gould poteva vantarsi di “assumere metà della classe operaia per uccidere l’altra metà”.
[…] Dal 9 settembre una forza di polizia federale militarizzata e a volto coperto – la divisione del Dipartimento della Sicurezza Interna per l’Immigrazione e le Dogane, nota come ICE – ha invaso i quartieri dell’area di Chicago a maggioranza latina. La promessa elettorale di Trump – espellere i “criminali stranieri”, “il peggio del peggio” – è usata per giustificare l’espulsione di chiunque non sia nato negli USA e non abbia i mezzi per difendersi. Uno dei numerosi trabocchetti legali consiste accusare chi viene arrestato di far parte di una gang e poiché si presume che le bande criminali non tengano elenchi dei propri membri, è una scusa utilizzabile contro quasi chiunque provenga da un contesto operaio. Per espellere circa 250 persone, presunti membri della banda venezuelana Tren de Aragua, non verso il Venezuela ma verso una prigione eccezionalmente brutale in El Salvador, si è ricorsi persino all’Alien Enemies Act del 1798.
Tali azioni hanno suscitato ricorsi legali e un crescente disgusto dell’opinione pubblica ed è ormai chiaro che l’ICE non ha le risorse necessarie a espellere i numeri promessi da Trump. Ma il 4 luglio i Repubblicani hanno approvato una legge di bilancio reazionaria, la cosiddetta Big Beautiful Bill, che aumenta i finanziamenti all’ICE di ben 76 miliardi di dollari. L’ICE avrà un budget superiore a quello delle forze armate di molti paesi: una forza di polizia nazionale centralizzata che opera su una scala mai vista negli USA. L’agenzia che la controlla, la Homeland Security, coi suoi 80.000 dipendenti, era già enorme, ma ora bilancio dell’ICE è superiore a quello di tutte le altre agenzie federali di polizia messe insieme. Recluta tra le forze di polizia e nell’esercito, offrendo stipendi generosi e un bonus da 50.000 dollari per chi si impegna a restare a lungo, che da solo supera il reddito annuo della maggior parte degli americani. I reclutatori mirano chiaramente ad assumere chi condivide l’idea razzista che la cultura americana sia sotto attacco, utilizzando slogan come “Un patrimonio di cui essere orgogliosi, una patria che vale la pena difendere” e “Ricordate il patrimonio della vostra patria”, con le immagini di dipinti ottocenteschi di bianchi che colonizzano il West. Secondo un ampio dossier del Brennan Center for Justice la quota più rilevante dell’aumento previsto dal Big Beautiful Budget andrà alla “ricerca, arresto, detenzione ed espulsione degli immigrati residenti negli USA, la maggior parte dei quali non ha commesso alcun reato e molti dei quali hanno uno status legale”.
Los Angeles, Washington DC, Chicago
La prima ondata di raid su vasta scala ha preso di mira Los Angeles, con la sua enorme popolazione latina, e Washington DC, un distretto federale dove le leggi consentono alle guardie presidenziali dell’ICE di agire con la massima libertà. Un’altra ha colpito Portland, nell’Oregon, dove Trump nutre rancore per le proteste di Black Lives Matter nel precedente mandato. Le retate sono giustificate dicendo che le città governate dai Democratici hanno approvato leggi che limitano la cooperazione locale con l’ICE e sono inferni da cui salvare i residenti. Le minacce inventate dal Team Trump includono “gang straniere violente”, “tassi di omicidio paragonabili a quelli del terzo mondo” o, nel caso di Portland, la ridicola affermazione che l’intera città bruci, simile a quella, fatta prima della guerra in Iraq, che gli iracheni andavano salvati dal loro governo dittatoriale e avrebbero accolto i soldati USA come salvatori.
Come ha dichiarato un portavoce del Dipartimento della Sicurezza Nazionale alla ABC News: “Col presiente Trump e il segretario Noem nessun luogo è un rifugio sicuro per i criminali immigrati illegali. Se entrate illegalmente nel Paese e violate le nostre leggi, vi daremo la caccia, vi arresteremo, vi espelleremo e non potrete tornare mai più”.
Negli anni ’70 e ’80 per gli immigrati non era impossibile ottenere la residenza legale e, successivamente, la cittadinanza. Ma quell’era è finita con l’amministrazione neoliberale di Clinton, che oltre ad aumentare drasticamente il numero di arresti e vantarsi di “porre fine al welfare come lo conosciamo” (ma solo per i poveri, soprattutto le donne), ha posto le premesse per l’attuale caos con l’Illegal Immigration Reform and Immigrant Responsibility Act (IIRAIRA) del 1996, che ha reso milioni di persone prive di cittadinanza passibili di espulsione, indipendentemente dal loro status giuridico, e ampliato la gamma dei reati puniti con l’espulsione.
Oggi, contrariamente alla mitologia popolare e ai luoghi comuni della destra che pullulano sui social media, per la stragrande maggioranza non c’è un iter legale per immigrare. Ciò dà alle classi dominanti una massa di lavoratori privi di diritti che non hanno altra scelta se non accettare i lavori meno pagati e più pesanti fisicamente, senza poter sfruttare le leggi normano diritti, salute e sicurezza sul lavoro. In ogni parte degli USA chi lavora in settori ad alta intensità di manodopera, come agricoltura e industria alimentare, nonché alberghi e ristoranti, è perlopiù immigrato: una forza lavoro sfruttabile a piacimento perché priva di tutele legali.
L’agenda Trump e le sentenze giudiziarie
Nel 2006 una legge anti-immigrati particolarmente feroce scatenò massicce proteste che, tra l’altro, riportarono il Primo Maggio al centro del calendario grazie alle tradizioni di sinistra dei lavoratori latinoamericani. Bush, incapace di far approvare la legge, si vendicò con una brutale serie di raid nei luoghi di lavoro utilizzando le leggi già approvate sotto Clinton. Poi ci furono espulsioni di massa con Obama, il presidente che ancora oggi detiene il record per il maggior numero di espulsioni. I Democratici hanno finanziato l’ICE e si sono fermamente rifiutati di fornire agli immigrati iter di legalizzazione, spingendo milioni di persone senza documenti in un limbo giuridico, impossibilitati a votare le politiche che li riguardano e ad accedere alla maggior parte delle prestazioni sociali e sanitarie, che tuttavia finanziano pagando le tasse.
All’inizio dell’anno i Democratici hanno approvato il Laken Riley Act, che impone la detenzione senza cauzione per chi è privo di cittadinanza se arrestato o accusato (ma non ancora condannato) per reati anche minori come il taccheggio. Misure che hanno gettato le basi per gli attuali raid. Il Trump 2.0 ha ampliato la politica di espulsioni rapide, ma la differenza più grande tra il Team Trump e i predecessori è il massiccio aumento dei controlli – che oggi possono giustificare dicendo “stiamo solo applicando le leggi” – e il massiccio aumento dei finanziamenti e dello staff dell’ICE.
L’aumento dei controlli è possibile perché l’ICE non bada più a ottenere mandati di arresto e ricorre alla “espulsione accelerata” sulla base di ordini esecutivi che di fatto eliminano il giusto processo. Il team Trump sostiene che questo – il diritto a un’udienza in tribunale – non si applica a chi si trova negli USA senza documenti – cioè scaricano sul singolo l’onere di dimostrare di essere cittadino o residente legale: un modo per far scomparire le persone. L’ICE sta palesemente utilizzando il profiling razziale, girando letteralmente in veicoli a noleggio senza contrassegni alla ricerca di persone “d’aspetto ispanico”, in particolare se svolgono lavori tradizionalmente riservati ai latinos: giardinaggio, edilizia, commercio di generi alimentari, lavoro nelle cucine o nei campi. Il profiling razziale è stato bandito da un giudice federale, ma come in numerosi altri casi, il divieto è stato annullato dalla Corte Suprema utilizzando il cosiddetto “Shadow docket”, cioè senza udienze né spiegazioni, anche se due giudici hanno pubblicato le loro motivazioni. Una tattica coerente che la Corte ha applicato ripetutamente: non sostenere direttamente le iniziative di Trump, ma annullare ogni ordinanza che lo fermi.
Attacchi mirati
Come ho detto il nuovo attacco di Trump alle comunità di immigrati è iniziato il giorno del suo secondo insediamento con una valanga di ordini esecutivi giustificate da formule caricaturali come “Proteggere il popolo americano dall’invasione”.
Il modo in cui tale politica è stata attuata veicolava un messaggio chiaro: l’amministrazione agirà nel modo più brutale, senza preavviso, ricorrendo al profiling razziale, utilizzando stereotipi razzisti sulle affiliazioni alle gang e prendendo di mira gli avversari politici. Uno dei primi casi ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica è stato quello dell’operaio edile del Maryland Kilmar Abrego Garcia, mandato in un campo di concentramento in El Salvador in spregio all’ordine di un giudice. Il team di Trump ha ammesso sfacciatamente che è stato un errore, ma ha ribadito che non sarebbe tornato. La battaglia legale su Abrego Garcia è stata sulle prime pagine per settimane. Dopo mesi di ingiusta detenzione è tornato negli USA ad agosto, ma è stato immediatamente arrestato con accuse inventate ed è sotto minacciadi essere nuovamente espulso, questa volta in Ghana, paese con cui non ha alcun legame. Quando il governo ghanese ha dichiarato che non accetterà espulsi a vanvera dagli USA il Dipartimento di Stato ha affermato che lo manderà in un altro paese africano, Eswatini o Uganda. Già alcuni detenuti erano stati consegnati a paesi in cui non avevano mia messo piede – e in alcuni c’era la guerra civile – da Bush jr durante la guerra in Iraq e le amministrazioni democratiche successive non hanno mai dichiarato la decisione illegale. Il processo ad Abrego Garcia è in corso e il governo intende chiaramente farne un esempio, lanciando il monito che chiunque fa resistenza non avrà pace.
Chicago si prepara agli attacchi
Dopo aver condotto raid di massa nei luoghi di lavoro e nei quartieri di Los Angeles – dove c’è stata una massiccia resistenza popolare – e a Washington DC, Trump ha puntato gli occhi su Chicago, città multietnica con una storia di resistenza operaia, a lungo bersaglio della retorica aggressiva della destra.
Il 6 settembre Trump ha pubblicato sui social una sua foto in cui appare nei panni dell’immaginario colonnello guerrafondaio di Apocalypse Now, con la scritta “Chipocalypse Now” e la didascalia “Adoro il profumo delle espulsioni al mattino… Chicago sta per scoprire perché si chiama Dipartimento della GUERRA”. Sullo sfondo lo skyline di Chicago in fiamme. Nell’America di Trump abbiamo un presidente che fa di tutto per dipingersi come un pazzo da cartoon, ma è anche l’individuo più potente della terra.
Chicago è stata popolata da ondate di immigrati sin dalla fondazione a metà del XIX secolo. Più di recente eventi come le “guerre sporche” sponsorizzate dagli USA in America Centrale negli anni ’70 e ’80 e una serie di crisi in Messico, tra cui il forte sconquasso economico causato dal NAFTA, hanno spinto milioni di lavoratori a cercare lavoro negli USA. Perciò oggi la popolazione di Chicago è composta per circa il 30% da latinoamericani.
Gli eletti del Partito Democratico dell’Illinois e di Chicago sono stati convocati dal governatore democratico e miliardario liberale J.B. Pritzker a una conferenza stampa all’aperto nel centro di Chicago, in cui si è detto che non c’è alcun boom della criminalità e si è rigettata pubblicamente l’imposizione da parte di Trump dell’intervento di forze federali per risolvere un problema inesistente. Questa reazione è stata in parte una risposta alla delusione degli elettori democratici e indipendenti verso i Democratici e contrasta con la resa delle istituzioni liberali e dei dirigenti nazionali democratici, come gli odiati leader delle minoranze Hakeem Jeffries e Chuck Schumer.
È opinione diffusa che l’invio della Guardia Nazionale in uno Stato da parte del governo federale senza il permesso del governatore violi la Costituzione. Ma come per la cittadinanza per diritto di nascita o per il diritto dei tribunali distrettuali federali di emettere ordinanze a livello nazionale, oggi tutto è in discussione. L’ultima volta che un presidente ha inviato la Guardia Nazionale in uno Stato fu nel 1965, quando un movimento di massa nazionale ma con ramificazioni internazionali premeva sul presidente Lyndon Johnson per proteggere i leader del movimento per i diritti civili. L’attuale intervento federale punta ad azzerare le conquiste di allora.
Operazione Midway Blitz
Nella seconda settimana di settembre l’operazione Midway Blitz di Trump ha visto centinaia di agenti federali in tenuta da combattimento, travisati e senza numeri di identificazione, calare su Chicago e sui suoi sobborghi più popolari. Vagavano per le strade, facendo irruzione in ristoranti e negozi di alimentari messicani e latini, ma anche fermando le famiglie a caso. Si sono presentati la mattina presto alla catena di ferramenta Home Depot, dove è consuetudine che i lavoratori giornalieri attendano di essere assunti a giornata. Hanno fatto irruzione in autolavaggi e altri luoghi dove arriva forza-lavoro dal confine sud.
A pochi giorni dal loro arrivo agenti dell’ICE a volto coperto hanno ucciso a colpi di pistola un operaio padre di famiglia, Silverio Villegas González, che aveva appena accompagnato i figli a scuola nel sobborgo di Franklin Park. Hanno fornito una versione falsa, dicendo che aveva investito uno di loro con l’auto, tesi smentita da un filmato. L’ICE ha anche affermato che aveva precedenti penali, ma anche questa era una bugia, che la polizia usa spesso per giustificare l’uccisione di innocenti. Il corpo di Gonzalez è stato rispedito alla famiglia a Michoacan, in Messico e per ironia della sorte i figli sono stati affidati allo Stato dell’Idaho, dove viveva la madre. Una famiglia distrutta completamente dai brutali attacchi del governo ai lavoratori immigrati.
Il 16 settembre, Kristi Noem, ex governatrice di estrema destra del South Dakota e attuale responsabile della Sicurezza Interna, ha annunciato il suo arrivo nella zona inscenando un raid televisivo in una casa nella periferia di Elgin, sfondando la porta d’ingresso e arrestando diversi uomini che si trovavano all’interno, che secondo il DHS erano immigrati clandestini con gravi precedenti penali. Uno di loro, il proprietario di casa, è risultato cittadino americano e nessuno aveva precedenti penali.
Il 19 settembre le manifestazioni pacifiche presso la struttura locale dell’ICE nel piccolo sobborgo di Broadview sono state attaccate dagli agenti federali con gas lacrimogeni e spray al peperoncino.
Il 24 settembre l’emittente televisiva pubblica WBEZ Chicago ha dimostrato che le affermazioni dell’ICE di aver arrestato 550 “clandestini” nelle due settimane successive al loro arrivo erano false: la ricerca dei nomi dei presunti criminali stranieri condannati, compresi i molestatori sessuali, pubblicati sul sito web del DHS, non ha dato risultati, sebbene i registri dei molestatori sessuali siano pubblici.
Il 28 settembre agenti federali hanno sfilato nei ricchi quartieri turistici di River North e Gold Coast, una “dimostrazione di forza”, e sequestrato una famiglia con due bambini che giocavano nel Millennium Park. A dispetto delle ripetute richieste della coppia di vedere un mandato gli agenti hanno caricato l’intera famiglia su un furgone per portarla in un centro di detenzione vicino all’aeroporto. I passanti hanno filmato la scena, ma non sono intervenuti. La famiglia, originaria del Guatemala, è stata separata e ora attende il trasferimento in un centro di detenzione in Texas per essere espulsa.
Il primo ottobre la tv ha trasmesso trasmesso una drammatica irruzione in un condominio della South Shore, con giornalisti embedded dell’emittente di destra News Nation, autori di un video di propaganda in cui il commentatore affermava che gli agenti dell’ICE si erano calati con delle corde dagli elicotteri Blackhawk sul tetto dell’edificio. La maggior parte del video è dedicata a un’intervista col capo della polizia di frontiera nominato da Trump, Greg Bovino, che afferma, senza prove, di aver ripulito un covo di gangster venezuelani. C’è una breve sequenza che mostra tre giovani latinoamericani malvestiti maltrattati e ammanettati. Ciò che invece il video non mostra è che circa 100 persone, per lo più afroamericane, che vivono nell’edificio, sono state svegliate nel cuore della notte da questi poliziotti non identificati e pesantemente armati, che hanno usato arieti per sfondare le porte d’ingresso, sequestrando tutti indiscriminatamente prima di metterli in due gruppi di furgoni a noleggio: i neri in un uno, i latinoamericani nell’altro, legando l’un l’altro con delle fascette i bambini terrorizzati. Nulla di tutto ciò è stato mostrato da News Nation, ma le fotografie del giorno dopo mostrano appartamenti completamente distrutti e interviste a residenti a cui era stato negato qualsiasi tipo di giusto processo, l’accesso a un avvocato, senza mandati di perquisizione e alcuna possibilità di aprire le porte senza farsele sfondare o di chiuderle a chiave dopo essere stati arrestati. Sono tornati il giorno dopo e hanno trovato alloggi saccheggiati ed effetti personali rubati. Gli inquilini dicono che l’edificio, che è in cattivo stato di manutenzione e non aveva superato diverse ispezioni, è stato pignorato e si aspettano che il proprietario approfitti dell’irruzione per sgomberarlo in modo che la banca possa metterlo in vendita.
Proteste e resistenza
Da quando l’ICE è arrivata a Chicago ogni giorno ci sono manifestazioni davanti alla sede temporanea dell’ICE, un centro di detenzione nel sobborgo operaio di Broadview. Gli agenti dell’ICE rispondono con una pioggia di gas lacrimogeni e armi chimiche“non letali”, prendendo di mira manifestanti pacifici e giornalisti, ma colpendo anche residenti locali, inclusi poliziotti e vigili del fuoco. Di recente un pastore che stava manifestando pacificamente è stato inondato di spray al peperoncino a distanza ravvicinata e poi colpito all’occhio con una pallina al peperoncino da un agente appostato sul tetto. L’ICE ha anche costruito una recinzione illegale alta due metri e mezzo nelle strade intorno alla struttura, che il distretto di Broadview ha fatto rimuovere con un’azione legale poiché impedisce l’accesso di emergenza alla comunità. Ci sono anche attivisti che hanno visto girare agenti in cerca di persone da arrestare e li hanno inseguiti. In un caso la trentenne Marimar Martinez è stata colpita cinque volte da un agente dell’ICE. Nonostante le gravi ferite è riuscita a fuggire in auto ed è sopravvissuta. L’ICE ha affermato che la donna era in possesso di un’arma d’assalto e che aveva anche usato la sua auto per speronarli, affermazioni smentite dai video delle telecamere indossate dagli agenti, mentre l’accusa di possesso di arma da fuoco è stata ritirata e le prove ora inchiodano l’agente come aggressore. Martinez però è stata incriminata, ma sia a Chicago che a Los Angeles tali procedimenti giudiziari seguono un iter comune e finiscono per fallire. Un’altra volta durante le proteste a Broadview una coppia è stata accusata di aggressione. Ma, colpo di scena tipicamente americano, è risultato che entrambi avevano pistole cariche, ma detenute legalmente grazie alle leggi sul porto d’armi che i Repubblicani di destra sostengono da tempo. Un gran giurì ha rifiutato di incriminarli dopo aver visto un filmato che dimostrava che non avevano attaccato l’ICE.
Questo e altri casi simili hanno spinto alcuni giudici federali a vietare all’ICE di attaccare manifestanti pacifici con queste armi, a chiedere la rimozione della recinzione illegale di cui sopra e a ordinare agli agenti dell’ICE in divisa di indossare un distintivo di riconoscimento. Resta da vedere se l’ICE obbedirà, ma ciò contribuisce ad alimentare la crescente sensazione dell’opinione pubblica che l’ICE sia fuori controllo e debba essere frenata.
A Chicago diversi eletti della città e della contea e un membro del Congresso, la maggior parte latinos, hanno indetto riunioni nelle scuole pubbliche, con centinaia di persone sopraggiunte per essere addestrate alla resistenza non violenta a vari livelli, dal “conosci i tuoi diritti” ad azioni più impegnative. La reazione di altri eletti è stata ipocrita. Sindaci e governatori detengono il potere esecutivo e possono ordinare alle forze di polizia di non collaborare con l’ICE, ma di fatto si sono limitati a dichiarazioni di facciata, consentendo alla polizia locale e statale di svolgere attività di “controllo della folla”. Katrina Thompson, sindaco di Broadview, ha condannato gli attacchi razzisti dell’ICE, paragonandoli a quelli degli sceriffi del Sud nell’era dei diritti civili e, come detto sopra, ha intentato una causa per far rimuovere la barriera. Da allora, però, Thompson ha vietato le manifestazioni presso la struttura prima delle 9 del mattino, quando le pattuglie dell’ICE se ne sono già andate, o dopo le 18, quando potrebbe partecipare la maggioranza dei lavoratori. Un video girato il 10 ottobre mostra la polizia di Broadview e dello Stato dell’Illinois che spinge, maltratta e arresta i manifestanti. È scandaloso che la polizia di Stato, diretta dal governatore Pritzker, abbia persino accusato una donna palestinese-americana di reato grave per aver resistito all’arresto. Il sindaco di Chicago, Brandon Johnson, iscritto al Chicago Teachers Union e da esso sponsorizzato, comanda le forze di polizia di Chicago che non hanno aiutato un contingente dell’ICE circondato e bloccato dai manifestanti. Ma in seguito il capo della polizia del sindaco ha avvertito la popolazione che potrà essere arrestata se bloccherà ancora le forze federali. A Johnson hanno chiesto in conferenza stampa se la polizia di Chicago arresterà gli agenti federali che violeranno la legge. La sua risposta evasiva alla fine è stata: no, prenderemo nota del comportamento dell’ICE e semmai intraprenderemo un’azione legale.
C’è una rete sempre più ampia, in gran parte informale, di attivisti che filmano le azioni dell’ICE e intervengono se qualcuno è arrestato. Il 3 ottobre due agenti dell’ICE che circolavano a bordo di un SUV a noleggio si sono fermati davanti a un famoso negozio di alimentari messicano, ma si sono trovati la strada bloccata da una persona su uno scooter. Gli agenti hanno reagito lanciando fumogeni dal finestrino contro il motociclista, in una strada trafficata, davanti a un negozio di alimentari, a cinquanta metri da una scuola elementare. L’incidente è stato ripreso e il video che mostra un passante che lancia una bomboletta all’interno del veicolo e, in poco più di un’ora, circa cinquanta persone sono state allertate dalle reti di risposta rapida e si sono radunate fuori dalla scuola per proteggere i genitori che andavano a prendere i propri figli da una possibile retata. In occasione di raduni come questo le persone si scambiano i recapiti e vengono aggiunte a chat usate per avvisare su quali scuole e luoghi di lavoro vigilare.
Alla forza del movimento contribuisce l’esperienza di recenti lotte popolari come gli scioperi degli insegnanti di Chicago del 2012 e del 2019, le manifestazioni del 2013 contro la chiusura delle scuole sotto il sindaco democratico Rahm Emanuel e, nel 2015, l’esplosione delle proteste contro gli omicidi della polizia, in particolare quello di Laquan McDonald. Queste mobilitazioni hanno permesso a un ampio strato della classe operaia di esercitare una certa influenza politica, in molti casi per la prima volta nella loro vita, e sono state così forti da costringere Emanuel a dimettersi. Nel 2020 l’intero paese è esploso dopo l’omicidio di George Floyd da parte della polizia a Minneapolis. Sebbene questi movimenti abbiano ottenuto risultati limitati – tra cui l’obbligo di indossare telecamere per i poliziotti – ora c’è un ampio strato di lavoratori e della classe media, più almeno un sindacato, quello degli insegnanti, pronto a confrontarsi con le forze dello Stato nelle strade.
E ora?
L’ICE dice che finora ha arrestato mille persone nell’area di Chicago; i fatti dicono che tutte le loro affermazioni sono esagerate, ma pur nella crescente resistenza, in tutto il paese senza dubbio stanno facendo migliaia di arresti.
Una volta catturati dall’ICE il trattamento è orribile. Ti trattano come bestie senza diritti. Sono stati segnalati casi di persone tenute per giorni senza cibo, acqua o accesso ai servizi igienici, né possibilità di contattare parenti o legali. Centinaia di persone sono state espulse, talora in paesi con cui non hanno alcun legame, e le loro famiglie lo hanno scoperto a cose fatte. Per chi resta sotto la custodia dell’ICE negli USA è normale essere portati fuori dallo Stato senza preavviso, rendendo più difficile accedere all’assistenza legale e quasi impossibile contattare le famiglie. Il caso più estremo e orribile è la tendopoli costruita dallo Stato della Florida in un aeroporto dismesso in mezzo delle Everglades, la “Alligator Alcatraz”, da cui, dopo che è stato chiuso su ordine di un giudice, sono sparite (e oggi disperse) centinaia di persone. È un quadro incredibilmente cupo, preparato da decenni di crimini di guerra, sparizioni, omicidi con droni, rapimenti illegali e torture legalizzate da parte degli USA.
Mentre scriviamo, ci sono stati alcuni importanti sviluppi giuridici. Il 9 ottobre, in risposta a una causa intentata dallo Stato dell’Illinois, un giudice federale ha temporaneamente bloccato l’impiego della Guardia Nazionale del Texas in Illinois da parte di Trump: una sentenza simile a quella che gli ha vietato di utilizzare quella della California a Portland, nell’Oregon.
Il 7 ottobre il giudice federale Jeffery Cummings ha stabilito che l’ICE ha violato una transazione giudiziaria che da febbraio vieta la maggior parte degli arresti senza mandato. Il ricorso a cui ha risposto era stato intentato in seguito a un raid in un posto di lavoro a Kansas City, nel Missouri, in cui 11 lavoratori sono stati arrestati solo per il loro aspetto e perché lavoravano in un ristorante. Altri 11 sono stati arrestati a Chicago nelle loro auto o in strada.
Se confermata, la sentenza teoricamente libererebbe centinaia di persone che arrestate arbitrariamente dall’inizio dell’anno. Ma sarà avversata ferocemente da Trump perché va al cuore del suo metodo, cioè proprio seminare il terrore arrestando chiunque “sembri illegale”, senza mandato, senza identificarsi e senza alcun rispetto per il giusto processo. […]
Sviluppi nella coscienza politica
Nonostante la nascita, davvero positiva, delle reti di quartiere per proteggersi dall’ICE e il ruolo altrettanto positivo di alcuni eletti locali, la tradizionale politica dei liberali americani è affidarsi ai tribunali. La maggior parte delle storie del movimento per i diritti civili si concentra sulle decisioni giudiziarie, non su come sono nati i movimenti che hanno costretto i giudici ad agire per proteggere il proprio sistema sociale. Ciò detto, oggi la tattica della Corte Suprema mina questa idea e le illusioni nei giudici sono ai minimi storici. Insomma gli attacchi di Trump stanno portando (e non solo a sinistra ) a una crescita della coscienza politica che nessuno verrà a salvarci. La brutalità delle retate dell’ICE sta influendo anche sull’opinione pubblica sull’immigrazione. È difficile ignorare che la stragrande maggioranza degli immigrati arrestati sono lavoratori: edili, addetti alle lavanderie, venditori ambulanti, lavoratori dei ristoranti, famiglie che vanno a prendere i figli a scuola.
Un sondaggio del dicembre 2024 mostra che in quel momento l’economia era considerata la questione più urgente e solo il 55% pensava che dovesse esserci un percorso di regolarizzazione per chi non ha i documenti. Uno fatto dalla stessa società a giugno mostra che oggi quasi due terzi degli elettori (64%) sono per concedere agli immigrati privi di documenti la possibilità di essere in regola, mentre il 56% disapprova il modo in cui l’ICE svolge il proprio lavoro. “Preservare la democrazia” è in cima al sondaggio come tema più urgente. Ed era tre mesi fa. Un sondaggio pubblicato l’11 luglio, ma condotto durante i raid a Los Angeles e molto prima del fiasco a Washington o delle retate a Chicago, mostra che “gli americani nell’ultimo anno sono diventati assai più favorevoli all’immigrazione: la percentuale di chi vuole ridurla è scesa dal 55% nel 2024 al 30%. Al contempo per il 79% degli adulti, una percentuale record, l’immigrazione è un fattore positivo per il Paese… Lo stesso sondaggio rileva che sono molti di più gli americani che bocciano di quelli che approvano la politica di Trump in materia. Il 21% di consenso tra gli adulti ispanici è inferiore al suo 35% a livello nazionale, il che forse riflette il loro scarso sostegno ad alcune delle iniziative più rilevanti della Casa Bianca sul tema.
A nove mesi dall’insediamento la maggior parte degli americani non condivide la politica di Trump e un’ampia maggioranza dei Democratici ritiene, giustamente e prevedibilmente, che le risposte del loro partito al trumpismo siano deboli e inefficaci. Per i più non c’è modo di bocciare ambo i partiti, figuriamoci coagulare un movimento in grado di combatterli. Lo sviluppo di reti di difesa degli immigrati a Chicago, Portland e Los Angeles sta creando un movimento che finora non è controllato dai democratici, ma vi è legato. […] I gruppi di sinistra, compreso il più grande, i DSA, per ora non sono così in contatto con le lotte da poter essere un’alternativa. I sindacati, con alcune eccezioni, in particolare nell’istruzione e nella sanità, non stanno dando alcun aiuto. Il capo dei Teamster, Sean O’Brien, è sempre più alleato di Trump. L’altro leader di spicco emerso dalle ultime lotte, Shawn Fain, sta prendendo le distanze dal presidente ponendo una lista di temi puramente sindacali e del tutto slegate dalla guerra di Trump ai lavoratori immigrati. E Purtroppo rifiuta anche l’idea di un nuovo partito al di fuori dei Democratici.
Le politiche di Trump aggravano la crisi economica già in atto. L’occupazione è ai minimi già dal 2009, nell’ultimo anno e mezzo sono stati cancellati quasi due milioni di posti di lavoro e dal 2021 i prezzi dei generi alimentari cresciuti del 30%. Il potenziale per una reazione è enorme, anche tra alcuni sostenitori operai di Trump. I più riconoscono che non si può tornare alla “normalità” dei tempi di Obama o Biden, per non parlare di prima. La lotta è all’ordine del giorno e i socialisti dovrebbero battersi perché sia condotta nel modo più ampio e consapevole possibile. Bisogna intervenire in ogni lotta per difendere i diritti dei lavoratori e i diritti umani da questo regime repressivo, senza fare affidamento sui Democratici, ma senza essere settari verso i movimenti in cui sono coinvolti. Anche nel Partito Democratico crescono le divisioni, come si è visto nello scontro sulla campagna di Zohran Mamdani per diventare sindaco di New York. Chidi noi combatte Trump, ma lotta anche per la sanità gratuita, alloggi a prezzi accessibili, scuole pubbliche dignitose e un salario minimo decente, dovrebbe essere presente in ogni lotta e battersi per una prospettiva basata sul potere dei lavoratori. Chi colpisce uno colpisce tutti!
L’Autore è stato dirigente nello Stato dell’Illinois dell’American Federation of State, County and Municipal Employees (AFSCME), il maggiore sindacato USA nel pubblico impiego.