SCIOPERI In calo, ma il Garante è preoccupato

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La relazione annuale del Garante sugli scioperi delinea un quadro contraddittorio: le astensioni dal lavoro nel 2018 sono diminuite, ma lo spezzettamento del ciclo produttivo ha frammentato anche il conflitto nei posti di lavoro, rendendo più difficile l’opera di chi dovrebbe prevenirlo. Ed esponendo i grandi sindacati, che scioperano meno, alla concorrenza delle sigle più piccole.

Dal momento che l’ISTAT da anni non rileva più i dati relativi alle ore di sciopero (l’Italia è uno dei pochi paesi europei ad avere sospeso la registrazione), la relazione annuale del presidente della Commissione di Garanzia sugli Scioperi nei Servizi Essenziali, pur riguardando un segmento limitato del mondo del lavoro, è una delle poche fonti di informazioni sul tasso di conflittualità nei luoghi di lavoro.  Essa inoltre fornisce indicazioni preziose sulle strategie di chi gli scioperi cerca di evitarli e quindi rappresenta anche una sorta di check-up annuale dello stato di salute del diritto di sciopero in Italia.

La terziarizzazione del conflitto

L’ultima relazione, pronunciata dall’attuale garante, Giuseppe Santoro Passarelli, lo scorso 18 giugno, ha indicato una netta diminuzione della conflittualità nell’ambito dei servizi essenziali (trasporti, igiene ambientale, ministeri e autonomie locali, scuole e università, recapito postale ecc.). Il numero delle proclamazioni è sceso infatti dalle 2.448 del 2017 alle 2.109 del 2018, mentre per quanto riguarda gli scioperi effettuati si è scesi da 1.616 a 1.309 (circa il 20% in meno). Su 800 proclamazioni non sfociate in uno sciopero, in 312 casi si è trattato di annullamenti da parte della Commissione per violazione della normativa, a cui in più del 94% dei casi le organizzazioni sindacali si sono adeguate, tanto che nel corso dell’anno vi sono state – ha osservato con soddisfazione Santoro Passarelli – soltanto 10 provvedimenti sanzionatori da parte della CGSSE.

Scorporando il totale i risultati sono più contraddittori: nel trasporto urbano il calo, da 318 a 223 scioperi, è stato molto significativo; più limitato, da 159 a 130, nel trasporto aereo, mentre sono addirittura dimezzati gli scioperi nel recapito postale, dove però la Commissione sta prendendo in considerazione l’applicazione delle regole della legge 146/90 anche ai corrieri privati e al settore della logistica, in particolare dopo gli scioperi che hanno colpito la SDA e sull’onda della liberalizzazione dei servizi postali (sono ormai oltre 3.000 le imprese autorizzate). In controtendenza sono i ferrovieri, ma si tratta più che altro di un rimbalzo fisiologico dopo il dimezzamento degli scioperi nel 2017. Due anni fa erano stati 37, nel 2018 sono saliti a 51, ma le proclamazioni sono state, in larga misura cancellate dall’intervento della Commissione. L’adesione, perlopiù scarsa, a tali iniziative ne ha attenuato tuttavia gli effetti sul servizio. Più netta la crescita della conflittualità nell’igiene ambientale: da 188 a 230 astensioni dal lavoro, concentrate prevalentemente al sud, con picchi in Campania e in Sicilia. Ovviamente l’interpretazione dei dati è penalizzata dal fatto che mancano i dati sulle ore effettive di sciopero, per cui nella relazione uno sciopero simbolico di un’ora pesa quanto uno di 8 ore su tutti i turni.

La netta diminuzione della conflittualità nel 2018 non ha impedito al Garante di denunciare ‘forme di conflittualità patologica indotta da anomalie del sistema di relazioni industriali’. In sostanza, per Santoro Passarelli lo spacchettamento del ciclo produttivo provocato dalla ristrutturazione economica e dalle liberalizzazioni ha avuto come effetto anche uno spezzettamento delle stesse mobilitazioni sindacali, col moltiplicarsi delle organizzazioni dei lavoratori e datoriali e dei contratti collettivi applicati. Un fenomeno che nel settore dei servizi pubblici appare più marcato.

La relazione analizza i tratti più destabilizzanti del nuovo sistema dei servizi, sottolineandone i rischi: l’incertezza dovuta ai sempre più frequenti ritardi nel rinnovo della contrattazione collettiva scaduta, un’eccessiva frammentazione, con ampie differenze di trattamento tra lavoratori che operano nell’ambito degli stessi servizi e un abbassamento dei minimi retributivi, in particolare nei trasporti, nell’igiene ambientale e nelle telecomunicazioni, spesso attuato sostituendo i contratti applicati con altri meno costosi per le imprese. Nel mirino del Garante, in particolare, il ricorso sistematico ad appalti e subappalti, affidati spesso ad aziende già gravate dai debiti, a cui si sommano gli endemici ritardi nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione. L’effetto si scarica sui lavoratori, attraverso crescenti ritardi nel pagamento degli stipendi, che arrivano, in alcuni casi, fino a 8-10 mesi, provocano il 20% delle astensioni dal lavoro e sono la prima causa di scioperi al sud (a nord prevalgono aspetti legati alle condizioni di lavoro nelle ditte d’appalto).

I pericoli di questa situazione…

Il presidente della CGSSE ha descritto con apprensione una situazione che ‘rischia di sfuggire di mano alle stesse organizzazioni sindacali e in cui difficilmente la stessa Commissione può invocare l’osservanza delle regole sugli scioperi’, tanto più, ha aggiunto, che sempre più spesso a mettere in discussione i livelli di servizio essenziali sono politiche aziendali basate sul taglio dei costi. Per il Garante esiste in ogni caso una ‘patologica reiterazione del ricorso allo sciopero’, in particolare in alcuni settori (trasporti, igiene ambientale, regioni e autonomie locali), spesso utilizzato da ‘alcuni sindacati di incerta rappresentanza’ come strumento per ottenere  ‘potere di legittimazione e accreditamento’. ‘Le grandi organizzazioni sindacali ricorrono allo sciopero più raramente e solo a conclusione di grandi vertenze’, ma spesso, osserva il Garante, scioperi proclamati da piccole sigle, pur con scarse adesioni, limitano pesantemente il servizio perché le aziende ne approfittano per ridurre le prestazioni, limitandosi a garantire quello nelle fasce protette.

Tra i suggerimenti del garante, oltre a un appello alla politica e alle parti sociali a ridurre la frammentazione della rappresentanza sia sindacale che datoriale, anche l’introduzione di nuove regole e di nuove prerogative per la Commissione. Santoro Passarelli ha ipotizzato, ad esempio, l’introduzione di una regola che, nelle aziende in cui è presente una RSU, renda obbligatorio il voto favorevole del 50% più uno dei suoi membri perché si possa indire uno sciopero. Ma ha chiesto anche un aumento delle sanzioni e regole più rigide che impongano alle aziende di punire i singoli lavoratori, in particolare nel caso degli scioperi spontanei. Il Garante, infine, ha ventilato una vera e propria revisione della 146, che dia alla CGSSE il potere di formulare proposte di risoluzione delle vertenze e di raggruppare in un’unica giornata scioperi diversi. Tra le ragioni che renderebbero necessaria una riforma l’affacciarsi di attività, ad esempio nell’information technology, che, pur non erogando direttamente servizi pubblici, forniscono prestazioni essenziali ai soggetti che li erogano  e quindi potrebbero essere soggetti ad applicazione della 146.

La reazione del sindacato, almeno per quanto riguarda le maggiori sigle, alla relazione del Garante appare quanto meno contraddittoria. Se da una parte ad esempio il segretario nazionale della CGIL Vincenzo Colla si è detto scettico rispetto ai suoi contenuti, osservando che ‘la Legge 146 è una delle migliori in Europa, ma la Commissione pensa con le delibere di dare una risposta e di smontare la possibilità del diritto di sciopero e questo non va bene’ e si scaglia contro la delibera approvata dalla CGSSE nel 2018, che introduce ulteriori restrizioni nel trasporto pubblico locale, dall’altra la maggiore preoccupazione dei sindacati confederali sembra sia quella di ridurre l’agibilità sindacale delle piccole sigle. Dopo la battuta del segretario generale della UIL Barbagallo, proprio a margine della relazione della Commissione, che rilanciava l’ipotesi di introdurre lo ‘sciopero virtuale’ (UIL180619) una riunione degli esecutivi nazionali di FILT CGIL, FIT CISL e UIL Trasporti il 26 giugno a Roma denunciava ‘il proliferare di azioni di sciopero di sigle sindacali, scarsamente rappresentative il cui unico obiettivo è, attraverso la saturazione del calendario, limitare ulteriormente la possibilità dei sindacati confederali di effettuare azioni di sciopero e conseguentemente acquisire maggiori consensi’, invocando l’applicazione dell’accordo interconfederale del 10 gennaio 2014 sulla rappresentanza sindacale, definito dal documento distribuito il 26 ‘l’unico strumento in grado di dare dignità al diritto di sciopero attraverso un collegamento tra le modalità di esercizio dello stesso e la rappresentatività delle sigle proclamanti nel rispetto delle prerogative costituzionali e legali in merito alla titolarità dello sciopero stesso’. Per parte sua l’Unione Sindacale di Base, una delle sigle accusate di ‘scioperare troppo’, ha risposto al Garante con una ‘controrelazione sul diritto di sciopero’, in cui accusa la CGSSE di intervenire sempre più spesso contro i lavoratori, ma mai contro le aziende e di ‘lodare apertamente CGIL CISL e UIL’, che ‘agli scioperi hanno praticamente rinunciato e non vedono l’ora di passare a quelli virtuali’.

…e le opportunità

E’ un dibattito da cui emergono alcuni spunti di riflessione. Se è chiaro che ci troviamo di fronte a una stagnazione della conflittualità nel mondo del lavoro, in parte dovuta alle aspettative suscitate dall’arrivo di un governo che molti lavoratori considera(va)no meno ostile dei precedenti, lo è altrettanto che la tregua non può andare avanti in eterno (sempre che vada avanti il Governo…). Ma aldilà della contingenza  la preoccupazione di fondo del Garante riguarda un’instabilità strutturale delle relazioni industriali, che riflette un fenomeno internazionale di terziarizzazione del conflitto nei posti di lavoro e che lascia aperto il campo a improvvise accelerazioni.

Il tema dell’uso ‘patologico’ dello sciopero ha un fondamento reale che lo rende insidioso. Quando il Garante ha ricordato nella sua relazione che ‘negli anni ’70 uno sciopero generale poteva provocare la caduta del governo’, mentre oggi una manciata di scioperi generali ogni anno non smuove una foglia, ha colto un elemento reale. E’ vero che sempre più spesso scioperi generali e manifestazioni nazionali, più che azioni inserite dentro una strategia sindacale complessiva e finalizzate al raggiungimento di un obiettivo concreto, si presentano come il modo con cui organizzazioni deboli cercano di riaffermare la propria esistenza. Non è vero invece che questa constatazione valga solo per le piccole organizzazioni e per il sindacalismo di base. E d’altra parte è chiaro che dietro a un’osservazione in parte fondata si nasconde il desiderio di garantire maggiori spazi a quelle grandi organizzazioni che, agli occhi di chi gli scioperi li deve evitare, hanno la virtù di convocarne di meno e, a questo scopo, di porre ulteriori restrizioni al diritto di sciopero. Così come è palese il tentativo di far leva sulla crescente terziarizzazione e sul ruolo dell’informatica nella vita dei cittadini, per far rientrare porzioni sempre più vaste dell’attività economica nei ‘servizi pubblici essenziali’.

Ogni tentativo di limitare un diritto è una minaccia, ma allo stesso tempo è indicativo di un pericolo percepito da chi lo mette in atto. Se un’autorità istituita dallo Stato per far rispettare una legge, in questo caso la 146, fa notare come lei stessa talora abbia difficoltà a chiederne l’osservanza – è difficile essere severi con chi non viene pagato da un anno – e come sia sempre più difficile tenere sotto controllo i mille rivoli della conflittualità nei posti di lavoro, per un sindacalismo combattivo in quelle parole, oltre che una minaccia, si cela anche un’opportunità.

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